“Povera Femmina” di Napoleone, in equilibrio fra musica e arte narrativa
Foto di Giulia Bartolini

Anticipato dai singoli “Amalfi” e “Porta Pacienza” con i quali sono giunte le meritate soddisfazioni, il nuovo brano di Napoleone intitolato “Povera Femmina”, online su tutte le piattaforme streaming a partire dal 15 gennaio, pone un nuovo tassello che va ad inserirsi in percorso cantautorale in chiave tradizionale, tipicamente campana.

Nella musica di Napoleone suoni e timbriche si fondono in un unico comune denominatore: il desiderio del cantautore originario di Capaccio (SA) di evocare, con atmosfere antiche, racconti di un passato che, appropriandosi di connotazioni e idee odierne, vive e pulsa ancora, rimanendo sempreverde.

È ormai assodata la non esistenza di una sola forma d’amore. Definire nello specifico cosa è si profila dunque come un compito arduo, se non impossibile, vista l’ampia varietà di forme che può assumere. Generalmente le due macrocategorie in cui viene ricondotto sono amore passionale e amore fraterno: raccontando la storia dei fratelli Manzo (Vito e Lucia), è su quest’ultima grande forza capace di smuovere il mondo che Napoleone ha posto, nell’ultimo dei suoi inediti ad oggi pubblicati, l’accento.

Lucì
Pienzeme ogne tanto
Chiude ll’uocchie
Pienza
Ca nun è overo
Ca staje luntano

Abbiamo deciso di scambiare quattro chiacchiere con Napoleone per conoscerlo meglio, come artista e come persona.

Ciao Napoleone, è un piacere averti qui con noi! Muovendoti in perenne parallelismo tra l’esperienza di autore di canzoni e di cantautore hai spesso assunto un ruolo multiforme nel corso dei tuoi progetti lavorativi. Come riesci a far dialogare in te queste diverse declinazioni artistiche?

«Ciao! Non ti nego di essere una persona, artisticamente parlando, molto disordinata. Da musicista autodidatta, nel tempo ho imparato ad occuparmi di tutto senza specializzarmi in niente. Questo mi ha consentito di adattarmi molto facilmente ai diversi ruoli che svolgo: autore, produttore e infine – anche se da poco – cantautore. Sono sempre più convinto che in qualsiasi professione, oltre a passione e studio, sia fondamentale avere costantemente idee da mettere in pratica: senza di queste non si va da nessuna parte!»

I tuoi testi costituiscono una composizione armonica che nella trasposizione in note di fatti realmente accaduti dei quali sei venuto a conoscenza, nell’osservazione del mondo, nel dialogo delle idee trova la sua cifra specifica. In quali spazi e in quali tempi si articolano la scrittura e il processo creativo?

«Quando hai una storia da raccontare diventa tutto più semplice. Il personaggio di cui narro le vicende ed io abbiamo praticamente vissuto la stessa vita in due epoche diverse: al di là della medesima passione per la musica, molteplici sono i punti in comune quali l’attaccamento alla propria terra e la dedizione nella propria arte. Ho vissuto questa esperienza in maniera del tutto spontanea: eccezion fatta di una, ho scritto di getto tutte le canzoni durante il primo lockdown a marzo. Dato che, a parer mio, è imprescindibile ai fini della narrazione, per la prima volta ho avuto modo di sperimentare l’uso del dialetto in forma canzone.»

Se la trascrizione in forma canzone delle gesta di Vito Manzo è stato il fil rouge delle tue produzioni antecedenti, nel tuo ultimo singolo “Povera Femmina” hai deciso di soffermarti sulla figura della sorella Lucia e sul profondo amore fraterno che la lega al protagonista dei tuoi brani. Cosa si cela dietro questa svolta?

«Indagando sulla storia di Vito, abbiamo ritrovato il certificato di morte appartenuto a sua sorella Lucia. Alla voce professione è indicata la dicitura “povera”, dettaglio che mi ha incuriosito non poco. Leggendo il documento ho compreso quanto fosse difficile essere donna in quel determinato periodo storico che va dal 1930 al 1950, specialmente in un area afflitta dalla povertà come il Meridione. Come giustamente hai sottolineato i fratelli Manzo erano indubbiamente molto legati fra loro; ciononostante l’intento che mi sono posto non era soltanto il trasporre in musica il profondo legame tra essi, ma, vuoi per un motivo vuoi per un altro, il fardello della separazione dettato dall’allontanamento di uno dei due dal propria luogo d’origine. Ancora oggi l’emigrazione dalla propria terra natia per trovare fortuna altrove è una problematica che si ripercuote su molti giovani del Sud; la ritengo pertanto una tematica corrente.»

In riferimento alla domanda precedente, in quegli anni la condizione femminile non poteva assolutamente considerarsi rosea: sottoposta ad un sistema di regime patriarcale, la donna era costretta ad una serie di rigide imposizioni sociali. Il tuo è un tentativo di donare a Lucia, allegoria della “povera femmina” dell’epoca, una nuova luce?

«In aggiunta all’esser stata innocente e silenziosa vittima del vigente patriarcato, vorrei ricordare che Lucia è stata figlia, donna e madre in periodo storico, la dittatura fascista, in cui il ruolo della donna era solo ed unicamente tra le mura domestiche e le genitrici di famiglia numerosa venivano insignite della medaglia d’onore. La “povera femmina” di cui ho deciso di raccontare la vita in note, cadde in depressione a seguito della perdita di due figli sotto i bombardamenti di Baronissi (SA) nel corso della Seconda guerra mondiale. Il sentire un forte vuoto dentro e il senso di inadeguatezza, la spinsero ad unirsi al mare per l’eternità. Vorrei tanto dare un lieto finale a queste storie, ma ritengo che sia opportuno mantenerle integre sebbene il loro epilogo non sia dei migliori: in un contesto ontologico quale il nostro in cui l’esibire e ostentare il proprio status e le proprie azioni è all’ordine del giorno, non c’è lezione più opportuna che il ricordare che un tempo gli eroi erano gli umili e gli oppressi.»

Un’ultima domanda: qual è, a tuo parere, il ruolo del cantautore nella società moderna e cosa lo rende degno di questo nome?

«La figura del cantautore nacque principalmente per motivi politici e sociali, ossia smuovere le coscienze attraverso un canale capace di arrivare alla massa in maniera immediata: le canzoni erano il giusto mezzo per spostare l’attenzione sulle difficoltà del quotidiano, per aizzare la protesta se necessario e, in linea di massima, per creare aggregazione. Oggigiorno, far cantautorato non significa più questo: il cantautore è semplicemente chi “la canta e la suona” intrattenendo il pubblico. Oseserei dire che il testimone è passato agli influencers: sono loro che hanno preso in mano lo scettro di abili comunicatori. Che poi utilizzino questo potere attribuitogli dal popolo per veicolare messaggi intelligenti o meno, è un discorso a parte.»

Vincenzo Nicoletti

Greenpeace

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