Terremoto in Siria, le macerie del sisma su quelle della guerra
Fonte immagine: unhcr.org

In Siria e Turchia la terra continua a tremare. Alle 20.04 dello scorso 20 febbraio altre due violente scosse di terremoto di 6.4 e 5.8 gradi di intensità hanno colpito, a pochi minuti una dall’altra, la provincia di Hatay nella zona di confine tra i due paesi. Nelle città siriane di Aleppo, Tartus, Hama e Latakia gli abitanti sono stati presi dal panico: quattro persone sono morte nella calca e molte altre sono rimaste ferite durante la fuga precipitosa per uscire dalle loro abitazioni. Cresce in modo drammatico il numero delle vittime siriane provocate dal sisma che all’alba del 6 febbraio ha seminato morte e distruzione nell’area a nord ovest del paese. I morti accertati sono almeno 6.000, migliaia i feriti e gli sfollati interni che hanno urgentemente bisogno di assistenza medica e di beni di prima necessità.

Nei luoghi maggiormente colpiti dal terremoto la situazione è drammatica e lo era ancora prima del terremoto. In Siria la potenza distruttiva del terremoto si è scagliata senza pietà su un Paese in ginocchio e privo di risorse: in questi luoghi le macerie del sisma si affiancano a quelle della guerra civile che in 13 anni ha devastato l’intero Stato e ha provocato centinaia di migliaia di morti, di feriti e più di 5 milioni di sfollati, tra cui moltissimi bambini e donne. I ritardi nell’invio degli aiuti internazionali e l’assenza in tutta la regione di elettricità e di mezzi meccanici per scavare tra le macerie hanno limitato in modo significativo le attività di soccorso. Ad Aleppo Est, la zona più bombardata durante la guerra, gli edifici continuano a crollare, si continua a scavare a mani nude nella speranza di estrarre vive altre persone dalle macerie mentre si teme una nuova epidemia di colera.


Il ritardo e la strumentalizzazione politica degli aiuti umanitari

A differenza di quanto accaduto in Turchia, in Siria l’invio degli aiuti e dei soccorsi da parte delle potenze europee e internazionali non è stato immediato e a distanza di due settimane dal sisma tarda ancora ad arrivare. Le motivazioni alla base dei ritardi sono legate alle sanzioni precedentemente imposte al paese, alla persistente situazione di conflitto tra le forze governative e i gruppi armati ribelli che ostacolano il transito di aiuti nelle rispettive aree di controllo e alla difficile accessibilità del valico di Bab al Hawa a causa degli effetti del terremoto.

Secondo le stime Onu già prima del sisma più del 90% della popolazione residente nella provincia di Idlib, circa 4,1 milioni di persone, dipendeva da aiuti umanitari, il cui ingresso dalla Siria è regolato dal governo del presidente Bashar al Assad, che impedisce ad alcune organizzazioni internazionali di accedere all’area. Dal 2020 l’invio degli aiuti internazionali è inoltre subordinato al voto semestrale del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Gli unici aiuti immediati alla Siria sono arrivati da Emirati Arabi Uniti, Iraq, Iran, Libia, Egitto, Algeria, India, Pakistan e Giordania, che hanno inviato soccorsi direttamente presso l’aeroporto di Damasco. L’Italia è stato il primo paese europeo a inviare aiuti umanitari per i terremotati in Siria: nella notte tra sabato 11 e domenica 12 febbraio quattro ambulanze, 13 bancali di materiale sanitario di emergenza e quattro medici sono stati trasportati in aereo all’aeroporto di Beirut e da lì portati via terra a Damasco e dunque destinati alle zone controllate dal governo di Assad.

Il 14 febbraio una delegazione delle Nazioni Unite è entrata per la prima volta dopo il terremoto nelle aree nord occidentali controllate dai ribelli; una missione definita dai vertici del Programma alimentare mondiale per la Siria come “esplorativa”, in quanto volta esclusivamente a valutare le necessità primarie della popolazione residente nelle zone colpite dal sisma.

I ritardi e la scarsità degli aiuti internazionali nei confronti dei terremotati siriani sono stati riconosciuti dal funzionario per le operazioni umanitarie dell’Onu, Martin Griffiths, che ha dichiarato: “Finora abbiamo deluso le persone nel nord-ovest della Siria. Si sentono abbandonate. Il mio dovere e il nostro obbligo è correggere questo errore il più velocemente possibile”.


Raid israeliano su Damasco: 15 morti e diversi edifici residenziali colpiti

Il 19 febbraio, poco dopo la mezzanotte locale, un missile israeliano ha colpito diversi edifici residenziali a Damasco, nel quartiere centrale di Kafr Sousa, nei pressi di un centro culturale iraniano. L’attacco ha provocato 15 morti, per la maggior parte civili.

Secondo quanto riportato dalle fonti giornalistiche israeliane, l’operazione militare aveva lo scopo di colpire magazzini di armi utilizzate dalle milizie iraniane e da Hezbollah. Il raid israeliano è avvenuto in contemporanea ad altri attacchi del gruppo terroristico dello stato islamico nel paese. Attacchi che infliggono ancora più dolore e agonia a un popolo in lutto da decenni e dimostrano l’esistenza di una situazione di conflitto permanente.

Il terremoto in Siria si aggiunge alla crisi umanitaria provocata dalla guerra civile: si teme una nuova epidemia di colera

Ad Aleppo la situazione a livello umanitario è gravissima. La mancanza di servizi igienico-sanitari adeguati, l’impossibilità di accesso alle cure primarie e la presenza di migliaia di cadaveri costituiscono le prerogative per il propagarsi di una nuova epidemia di colera, come avvertito dalla Fondazione AVSI, organizzazione non governativa senza scopo di lucro nata a Cesena nel 1972 e impegnata in più 200 progetti di cooperazione allo sviluppo in 38 paesi.

L’UNHCR ha in diverse occasioni denunciato la difficile e in molti casi disumana condizione in cui vivono gli sfollati interni al paese e, non da ultimo, i profughi siriani che a causa del conflitto e delle devastazioni da questo provocate hanno abbandonato la loro terra e ancora oggi vivono nei campi profughi allestiti lungo il confine turco e negli hotspot situati sulle isole greche. Il meccanismo di ricollocamento che aveva giustificato la costruzione degli hotspot non è mai di fatto stato avviato; tale blocco ha trasformato questi luoghi in enormi prigioni in cui uomini, donne e bambini vivono in condizioni drammatiche. La quasi totalità dei migranti presenti nei campi situati sulle isole greche è di origine siriana, dunque sono a tutti gli effetti profughi a cui dovrebbe essere subito riconosciuto lo status di rifugiati e i diritti da questo garantiti.

Antonio Guterres, l’Alto Commissario delle Nazioni unite per i rifugiati ha definito la crisi siriana come “la più grande emergenza umanitaria della nostra era” e, in quanto tale, dovrebbe raccogliere solidarietà e sostegno in tutto il mondo.

Martina Pietrograzia

Redattrice e speaker radiofonico. Da sempre affascinata dal mondo della politica e dell'informazione, ho orientato i miei studi in questi due settori disciplinari conseguendo una prima laurea in Scienze politiche e relazioni internazionali e successivamente una laurea magistrale in Giornalismo, media a comunicazione digitale.

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