
Nel 1989 Francis Fukuyama pubblicò un saggio destinato a diventare uno dei testi più discussi del secondo dopoguerra: “The End of History?”. L’argomento era potente, coerente con il clima del tempo e, soprattutto, perfettamente sincronizzato con la caduta del Muro di Berlino: la democrazia liberale occidentale rappresentava il punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità. Il comunismo era collassato per le sue contraddizioni interne, il capitalismo si era imposto come modello economico dominante e la competizione sistemica sembrava conclusa.
A distanza di oltre trent’anni, la previsione appare smentita dai fatti. Ma la questione non è liquidare Fukuyama con superficialità. È comprendere perché quella tesi fosse plausibile allora e perché oggi risulti insostenibile. Non a caso, lo stesso Fukuyama, in interviste successive e in riflessioni più recenti, ha riconosciuto che il processo non è stato lineare e che la traiettoria della democrazia liberale ha incontrato deviazioni strutturali, crisi interne e resistenze esterne non previste nella formulazione originaria. La guerra tra Russia e Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina e il riemergere della centralità africana nella competizione globale dimostrano che la storia non è finita. Più precisamente: non era mai finita.
La vera illusione non è stata credere nel progresso, ma assumere che l’esperienza occidentale fosse universale. Abbiamo confuso la nostra traiettoria storica con quella del mondo.
Fukuyama, il liberalismo e l’errore di universalizzazione
Per comprendere il senso della tesi di Fukuyama occorre collocarla nel suo contesto intellettuale. “La fine della storia e l’ultimo uomo” non era un’opera di storiografia, ma un lavoro di scienza politica con ambizione predittiva. Fukuyama, influenzato da Hegel e da Alexandre Kojève, sosteneva che la storia avesse una direzione, e che tale direzione culminasse nella forma politica capace di soddisfare il bisogno umano di riconoscimento, il celebre thymos. La democrazia liberale non era solo un sistema tra gli altri: era, nella sua visione, la forma compiuta dell’organizzazione sociale.
Il punto centrale non era normativo ma descrittivo: il crollo del comunismo dimostrava che sistemi alternativi erano stati “provati e trovati inadeguati”. Il reale confermava il razionale. La liberal-democrazia non avanzava per imposizione, ma per esaurimento delle alternative.
Tuttavia, già negli anni successivi emersero le crepe. Lo stesso Fukuyama, in interviste successive, ammise che il processo non era lineare. La Russia si allontanò dal modello occidentale; la Cina consolidò un capitalismo autoritario; il mondo islamico non convergente mise in discussione l’universalità del paradigma liberale. Ancora più significativo, l’Occidente entrò in una crisi di legittimità: la globalizzazione neoliberista generò disuguaglianze, polarizzazione e una crescente politica dell’identità che sostituì la questione sociale con rivendicazioni frammentate.
Qui emerge un nodo teorico cruciale: la previsione di Fukuyama presupponeva che l’economia di mercato e la democrazia liberale fossero intrinsecamente stabili e razionalmente preferibili. Ma il realismo politico insegna che gli Stati non agiscono sulla base di teleologie morali, bensì di interessi, sicurezza e potere. La storia non è una marcia inevitabile verso il meglio; è un campo di competizione permanente.
Il primo equivoco da chiarire riguarda la natura stessa della tesi di Fukuyama. Parlare oggi della “sconfitta” della fine della storia rischia di semplificare eccessivamente il dibattito. Fukuyama non sosteneva la fine degli eventi, né l’estinzione dei conflitti locali, ma la conclusione della competizione tra grandi modelli ideologici universalistici.
In questo senso, la sua tesi non è stata completamente rovesciata: né la Russia né la Cina propongono un’ideologia globale esportabile sul modello novecentesco del comunismo. Mosca mobilita una retorica civilizzazionale e sovranista, Pechino promuove un modello di modernizzazione autoritaria, ma nessuna delle due offre un progetto normativo universale capace di sostituire la democrazia liberale come orizzonte globale condiviso. Ciò che è venuto meno non è la superiorità funzionale del liberalismo in alcuni contesti, ma l’assunto che tale modello si diffonda spontaneamente fino a saturare il sistema internazionale.
La fine della storia, in altre parole, non è stata confutata perché esistano alternative ideologiche più persuasive, ma perché la dinamica della potenza continua a operare indipendentemente dalla convergenza istituzionale. L’errore non fu credere nella forza del liberalismo, ma universalizzarlo. L’Occidente scambiò una fase unipolare per una trasformazione ontologica del sistema internazionale.
Russia, Cina e il ritorno permanente della geopolitica
Se per l’Occidente gli anni Novanta rappresentarono l’illusione della fine della competizione, per la Russia furono il decennio dell’umiliazione strategica. Dal punto di vista di Mosca, la Guerra Fredda non si concluse con una riconciliazione, ma con una sconfitta geopolitica. L’espansione della NATO, la perdita di profondità strategica e l’erosione dell’influenza nello spazio post-sovietico alimentarono una narrativa revisionista. La guerra in Ucraina non è una deviazione dalla storia, ma l’espressione coerente di una potenza che non ha mai accettato l’ordine unipolare.
È qui che il contributo del realismo strutturale offre una chiave interpretativa più solida. Il sistema internazionale resta anarchico: non esiste un’autorità sovraordinata capace di garantire sicurezza e stabilità in modo permanente. In un sistema anarchico, anche Stati formalmente simili per regime politico sono costretti a preoccuparsi della propria sopravvivenza e della distribuzione del potere. La convergenza ideologica non elimina la competizione, perché la struttura del sistema impone incentivi alla diffidenza e al bilanciamento. Negli anni Novanta, la supremazia americana mascherò questa realtà strutturale: l’unipolarismo produsse una temporanea attenuazione del dilemma della sicurezza, ma non lo cancellò. Con l’ascesa cinese e il riemergere russo, la distribuzione del potere è tornata plurale e con essa la logica dell’equilibrio. La geopolitica non è un residuo arcaico destinato a scomparire con la modernizzazione, ma una costante sistemica. L’errore non è stato ignorare la morale, ma sottovalutare la struttura.
La Russia agisce secondo logiche pienamente realiste: sicurezza, buffer zone, equilibrio di potenza. Il linguaggio ideologico è secondario rispetto alla struttura materiale del sistema internazionale. Per Mosca, la “fine della storia” fu un momento occidentale, non universale.
La Cina offre una traiettoria diversa ma altrettanto significativa. Pechino non mira a distruggere l’ordine internazionale, bensì a ridefinirne il centro di gravità. Attraverso la Belt and Road Initiative, l’espansione tecnologica e il rafforzamento dei BRICS, la Repubblica Popolare promuove un modello alternativo di modernità: capitalismo di Stato, autorità centralizzata, sovranità come principio inviolabile. Non si tratta di una negazione della globalizzazione, ma di una sua reinterpretazione.
Un ulteriore elemento di riflessione riguarda il bias epistemico occidentale che ha accompagnato la narrazione della fine della storia. L’Occidente ha interpretato la propria vittoria nella Guerra Fredda come un passaggio universale, non come un episodio situato. La trasformazione interna delle società europee e nordamericane è stata elevata a paradigma globale, oscurando le traiettorie storiche di altri continenti. In Africa, in Medio Oriente, in Asia meridionale, la competizione per la sovranità, per le risorse e per il riconoscimento non si è mai interrotta. La fine della storia è stata, in larga misura, una narrazione prodotta da un centro egemonico che disponeva di un vantaggio strategico senza precedenti. Quando quell’equilibrio si è modificato, la pluralità delle storie è riemersa con forza. Non si tratta dunque di un “ritorno” della geopolitica, ma della fine di una parentesi interpretativa che aveva scambiato l’egemonia per universalità. La storia degli altri non si era fermata; eravamo noi ad aver smesso di guardarla.
In entrambi i casi, la competizione non è ideologica nel senso novecentesco, ma sistemica. Si confrontano modelli di governance, concezioni della sovranità, architetture di potere.
Il continente africano, spesso marginalizzato nel dibattito occidentale, rappresenta un ulteriore elemento di smentita della fine della storia. Per molte società africane, il periodo post-1989 non fu un trionfo liberale, ma una fase di aggiustamenti strutturali, dipendenze economiche e conflitti locali. Oggi l’Africa è teatro di competizione tra potenze: investimenti cinesi, presenza russa, ricalibratura europea e americana. La geopolitica lì non è “ritornata”; è sempre stata presente.
La verità è che la geopolitica non è tornata perché non se n’è mai andata. È stata temporaneamente oscurata dalla convinzione occidentale che la liberal-democrazia fosse il punto d’arrivo universale. Abbiamo ignorato la storia degli altri continenti credendo che l’unica che contasse fosse la nostra.
La guerra in Ucraina, le tensioni nell’Indo-Pacifico e le crisi mediorientali non rappresentano un’eccezione, ma la normalità di un sistema internazionale anarchico, come insegnano i teorici realisti da Morgenthau a Waltz. Il sistema non ha mai cessato di essere competitivo; è cambiato l’equilibrio di potenza.
Oltre l’illusione unipolare
Dire che la storia non è finita non significa negare i progressi compiuti dalle democrazie liberali, né idealizzare il conflitto. Significa riconoscere che la storia non ha una destinazione garantita. La previsione di Fukuyama fu comprensibile nel suo contesto: l’URSS era collassata, gli Stati Uniti godevano di supremazia incontrastata e la globalizzazione sembrava un processo irreversibile. Ma quella fase era una parentesi, non un telos.
Il sistema internazionale resta strutturato dalla distribuzione del potere, dalle percezioni di sicurezza e dal bisogno di riconoscimento delle comunità politiche. Il thymos evocato da Fukuyama non è scomparso; si è manifestato in forme nazionali, civilizzazionali e strategiche che sfuggono al paradigma liberale.
La competizione tra Stati Uniti e Cina, il revisionismo russo, l’autonomia crescente del Sud globale non rappresentano il “ritorno” della storia, ma la fine di un’interruzione narrativa. L’errore occidentale non è stato credere nella pace, ma pensare che fosse definitiva.
La storia non è un traguardo. È una responsabilità permanente. In un mondo multipolare, la vera sfida non è dimostrare chi abbia vinto la storia, ma gestire il conflitto senza trasformarlo in distruzione sistemica. La geopolitica non è un’anomalia del presente: è la condizione strutturale della politica internazionale.
E questa, a differenza delle illusioni, non è mai finita.
Donatello D’Andrea
















































