Mad in Italy
Fonte immagine: https://videodromenews.com/article/andrea-pazienza-sandro-pertini-fumetto-presidente

Come eravamo? Domanda tanto scontata quanto utile per capire, in realtà, quanto non siamo cambiati. Con il saggio più interessante degli ultimi mesi, “Mad in Italy” (Il Saggiatore, 2020), lo scrittore e giornalista Gabriele Ferraresi utilizza una chiave di lettura particolare per rileggere la storia italiana di politica, costume e società degli ultimi quarant’anni: il trash. Si tratta di un termine di cui spesso si abusa, al punto che un po’ tutto ciò che percepiamo come ridicolo e demenziale viene etichettato come tale a seconda del target di riferimento che si intende squalificare. In realtà non tutto ciò che è brutto è trash, altrimenti sarebbe impossibile anche solo pensare di fare un saggio/contenitore sulla materia dal 1980 al 2020: un saggio che spiega meglio di tanti studi accademici quanto siamo cambiati antropologicamente e in che modo. Se siamo cambiati, ovviamente.


Nell’illuminante introduzione è Ferraresi stesso a spiegare cosa sia il trash, citando l’intellettuale Tommaso Labranca: «Il trash è lo scarto che si ottiene tra l’intenzione che sta dietro le emulazioni di prodotti o personaggi di successo e il risultato effettivo». Mad in Italy è quindi una selezione anno per anno degli avvenimenti italiani paradigmatici in tal senso, una cernita meno semplice di quel che potrebbe sembrare.


Questo bestiario surreale è molto divertente, inutile negarlo; è difficile non ridere di personaggi come Valerio Merola, indagato per induzione alla prostituzione in una sorta di ante-vallettopoli (siamo nel 1996), dapprima si vantandosi in tribunale del proprio gigantesco organo sessuale (da lì in poi diventerà nell’immaginario comune “il Merolone”) che gli avrebbe impedito rapporti anali di cui era accusato, e poi, scagionato dalle accuse, incidendo incredibili dischi musicali dove si balla “La macarena del Merolone”, infine per volare a Cuba come consulente artistico della tv di stato cubana. Indagato insieme a lui, Gigi Sabani non si riprenderà più dalle accuse di un’Italia già giustizialista e manettara.

Ecco quindi come Mad in Italy non è solo Sabrina Salerno, Professione Vacanze di Jerry Calà o Antonio Zequila (detto Er mutanda) e Pappalardo che si minacciano su Rai Uno. È un saggio bifronte in cui convivono aspetti umoristici, ma anche i risvolti tragici che l’umorismo può “fantozzianamente” assumere. Getta così una luce terrificante sulla china pericolosa – specie sul versante politico – presa dall’Italia craxiana negli anni ‘80, da lì in poi irreversibile a causa del crollo delle grandi ideologie. Un vuoto colmato da un individualismo sfrenato e da una società dello spettacolo che ha sdoganato volgarità, odio e intolleranza, in cui tout se tient: De Michelis che pubblica guide sulle migliori discoteche d’Italia fa il paio con folli dichiarazioni di indipendenza della Padania, Gianfranco Funari antesignano del grillismo in televisione è il contraltare della morbosa ossessione degli italiani per la cronaca nera – con tanto di complicità dei parenti delle vittime. Italiani plasmati da giornalisti poco seri e tv berlusconiane, da un italian dream fatto di seni enormi, cascate di prosciutto, playboy da riviera romagnola e dalla speranza del colpo di fortuna per il superenalotto. E oggi da Papeete, sovranismi, sbandieramento di crocifissi e #escile.

Per capire meglio come ciò sia stato possibile bisogna subito sgombrare il campo dagli equivoci e dare al termine trash una definizione più nitida e neutra. Nell’introduzione Ferraresi lo specifica subito:
«Ci sono le giornaliste chic che considerano trash (o peggio kitsch) tutto quanto non serve a nobilitarle o tutto quanto abbia un vago riscontro popolare. Per cui Sanremo è trash e il festival della pizzica no. Si tratta di un atteggiamento che nasce chiaramente dall’ignoranza abissale di queste signore poco alfabetizzate e con forti complessi di inferiorità, che sfogano arricciando il naso. Ci sono poi i ragazzetti poco più che ventenni che fanno rimare trash con tutto quanto sia esistito prima della loro venuta al mondo. Penso a certi piccoli dj che inseriscono nelle loro serate il «momento trash» e suonano Califano. O certi cretinetti che esibiscono con orgoglio le magliette con Oronzo Canà, Fantozzi e Abatantuono. Poi c’è un comparto tipico dell’universo gay giovanile secondo cui è trash tutto quanto gli americani (e anche Arbasino) chiamerebbero «camp»: vecchie cantanti, elementi di moda eccessiva del passato, atteggiamenti sopra le righe. Ma nulla di tutto ciò è trash. A darmi particolarmente fastidio è l’atteggiamento di superiorità con cui questi personaggi trattano la materia «popolare», sottolineando sempre il loro coinvolgimento momentaneo e volto unicamente al divertimento.»

Quindi, per intenderci, Mino Reitano con le sue performance passionali, in cui canta lodi all’Italia con tanto di lacrime agli occhi, non è mai stato trash in senso stretto, bensì autenticamente nazionalpopolare. La tv del dolore di Barbara D’Urso, che intervista un sofferente e malato Francesco Nuti, invece è trash – nelle sue intenzioni (nobili?) fallite e nella ricezione distorta e semi-pornografica che ne deriva. E no: il trash spesso non fa ridere, altro luogo comune da sfatare.

Mad in Italy
Fonte immagine: screen della copia digitale del libro

Oggi, anno 2020, si può dire senza timore di essere smentiti che il trash straborda sempre più nella società contemporanea come fosse un blob: perché rende, economicamente. Viene anzi incentivato ad esistere come linguaggio pubblicitario, della politica e di internet, in uno scherzo infinito che si perde tra strati di ironia che tanto ironia non è e sfocia in hate speech e discriminazioni pesanti. Una anestesia della morale in cui l’importante è partecipare al rito collettivo della trasgressione conformista: una componente ben analizzata da Angela Nagle in “Kill all Normies” (da noi tradotto “Contro la vostra realtà“), dove si parla della nascita dell’alt right nelle guerre online di questi anni. Ma già Slavoj Zizek rivelava nel suo saggio del 2000 sul Trash Sublime come «nel postmoderno, l’eccesso trasgressivo perde il proprio valore scioccante ed è pienamente integrato nel mercato artistico dell’establishment». Entrambi questi contributi sarebbero un ottimo corollario alla lettura ben più divertente di Mad in Italy.

Forse la scorpacciata di immondizia in cui siamo tuttora immersi può avere un effetto illuminante per muoversi meglio in mezzo ai rifiuti, contestualizzarli e capirli. Insomma, per fare la differenziata. Il sorriso per il matrimonio – condito da varie scomuniche e videoclip musicali assurdi – di Monsignor Milingo, personaggio famoso fino a pochi anni fa per le sue eccentricità e i contrasti con la Chiesa, si tramuta in un rictus quando leggiamo del caso Di Bella, della sua fantomatica cura contro il cancro, che prefigura altri casi tragici di credulità disperata, da Stamina ai maghi televisivi che spillano soldi agli anziani e ai malati.
Ecco, se Mad in Italy ha un ulteriore merito è proprio quello del luogo comune per cui “ride, però fa anche riflettere”, ma per riflessione dobbiamo immaginare quella dello specchio, perché siamo noi che ci stiamo leggendo, noi di questi ultimi anni, boomer ,baby boomer, millennial, altro bestiario che con i social ha trovato nuove casse di risonanza e campi di incontro – o di battaglia, nella pattumiera Italia in cui chi prova a stare più in alto lo fa per non affogare e farsi trascinare sul fondo.

Nicola Laurenza

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