Navalny avvelenamento Putin
Credit: Nicola Jennings. Fonte immagine: The Guardian

Un blogger russo attivo nella denuncia dei casi di corruzione dei funzionari del proprio paese ed “amato dal popolo”, specie dai più giovani, poi diventato un politico e strenuo oppositore di Vladimir Putin. Si tratta di Alexei Navalny, e il suo identikit professionale è tale da renderlo, almeno potenzialmente, una spina nel fianco per il Cremlino. Proprio a poche settimane delle importanti elezioni regionali in Siberia del 13 settembre, che potevano consacrare l’ascesa del blogger anti-governativo, lo scorso 20 agosto Navalny è stato avvelenato con il novichok, un gas nervino disciolto in una tazza di tè che l’attivista ha bevuto all’aeroporto di Tomsk, prima di prendere un aereo per Mosca. La natura della sostanza è stata scoperta con un esame tossicologico condotto dallo staff dell’ospedale Charité di Berlino, dove Navalny è stato trasferito il 22 agosto e dove è ancora ricoverato, fortunatamente non più in stato di coma farmacologico.

Il mandante sembra essere chiaro a tutti, come lo era stato nel caso di Sergej Skripal e della figlia Iulia, avvelenati a Salisbury con la stessa sostanza e lo stesso metodo nel marzo 2018. Talmente chiaro che i risultati delle analisi su Navalny, resi noti alla stampa il 2 settembre, hanno scatenato dure reazioni fra i leader dei Paesi UE, ma anche delle istituzioni europee e internazionali, contro il governo russo e in particolare contro l’ormai zar Putin.

Le reazioni della comunità internazionale al caso Navalny, e il Cremlino che nega l’evidenza

A scatenare l’indignazione della comunità internazionale è stato il governo tedesco. La cancelliera Angela Merkel ha parlato di un «tentato omicidio» e, in relazione all’origine della sostanza, prodotta in Russia durante il regime sovietico, ha aggiunto che si tratta di un atto per il quale «…solo il governo russo può e deve rispondere».

Decisa anche la condanna dell’Unione Europea per una così palese violazione del diritto internazionale, per il tramite del rappresentante per la politica estera Josep Borrell. La presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha parlato di un avvelenamento «spregevole e codardo». Al coro di richieste di spiegazioni al governo russo si sono aggiunti anche il premier inglese Boris Johnson e, per parte francese, il ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian. Per quanto riguarda l’Italia, la Farnesina ha espresso la sua condanna in una nota del 2 settembre scorso e qualche giorno prima il presidente Giuseppe Conte, durante un colloquio telefonico con Putin, ha chiesto di far luce sull’accaduto.

Il caso Navalny è destinato ad avere ripercussioni sui già precari equilibri tra Russia ed occidente. Della questione, per la quale non si esclude un’indagine internazionale, si sono interessati il consiglio di sicurezza dell’ONU e l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC, in inglese OPCW): il veleno utilizzato su Navalny, diffuso in ambito militare, è stato bandito dalle Nazioni Unite. Nel caso di Iulia e Sergej Skripal, la NATO aveva chiesto alla Russia, senza ottenere risposta, di dichiarare all’OPAC l’esistenza e l’entità dei suoi approvvigionamenti di novichok. Una richiesta rinnovata anche in questa circostanza: il segretario generale Jens Stoltenberg ha nuovamente chiesto al Cremlino una disclosure sul programma russo relativo alla sostanza nervina ed ha assicurato che i responsabili saranno perseguiti.

Navalny
L’attivista e dissidente russo Alexei Navalny. Credit: Mikhail Svetlov/Getty Images. Fonte immagine: axios.com

Il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha dichiarato l’estraneità del governo all’avvelenamento di Navalny, anche considerando – ha aggiunto – che questo atto non sarebbe stato “conveniente” da un punto di vista politico. Peskov ha inoltre chiesto che i risultati delle analisi condotte dallo staff medico berlinese sull’attivista vengano resi noti al governo russo, per favorire un dialogo costruttivo sulla questione ed una comparazione dei risultati. Sul fronte delle richieste NATO, il Cremlino ha affermato di non aver nulla da dichiarare all’OPAC, negando che esista un programma russo di produzione del novichok.

Ma ormai si tratta di un esercizio di negazione dell’evidenza. Infatti il novichok è stato sviluppato nei laboratori sovietici durante la Guerra Fredda e, stando a fonti d’intelligence, la Russia ha continuato a produrlo costantemente negli ultimi decenni. Lo stesso vale per la tattica del té avvelenato, utilizzata anche nel caso di Alexander Litvinenko, un dissidente russo ucciso a Londra nel novembre 2006 con una dose di polonio disciolto nella bevanda.

Sembra insomma che, per le sostanze usate, le modalità e i destinatari degli avvelenamenti, il mandante voglia lasciare un marchio e che non abbia timore di essere scoperto. Ammesso che questo mandante risponda al nome di Putin, il presidente russo purga e non fa nulla per nasconderlo, nega e al contempo vuole che il mondo sappia. Solo così, peraltro, si spiegherebbe perché il Cremlino non si è opposto al trasferimento di Navalny in un ospedale berlinese, assumendosi il rischio che emergessero i dettagli dell’avvelenamento e i possibili, vistosi coinvolgimenti del governo.

Lasciare impunite le purghe del governo russo vuol dire esserne complici

Il punto è capire il motivo per cui Putin possa contare su un’aura di impunità tanto sfrontata nei confronti della comunità internazionale. Specie per quanto riguarda il “vicino di casa” europeo, ci sono almeno due ragioni da tenere in considerazione. Da un lato esistono indubbi interessi economici ad intrattenere relazioni pacifiche e continuative col Cremlino, che finiscono inevitabilmente per accrescerne il potere di ricatto a scapito dell’Europa, nel contesto di un mai reciso rapporto di sudditanza energetica. Poco prima che venisse resa pubblica la natura della sostanza usata per avvelenare Navalny, Angela Merkel aveva confermato l’interesse tedesco ad ultimare il gasdotto Nord Stream 2, proveniente proprio dalla Russia e strategico per il fabbisogno energetico della Germania. D’altro canto, aleggiano dubbi più che fondati sulle interferenze russe negli affari interni degli stati europei, che spaziano dal referendum del Regno Unito sulla Brexit ai finanziamenti continuativi a partiti di ultra-destra del continente.

Da questo punto di vista, una dichiarazione di David Clark, ex consigliere speciale agli affari esteri del governo inglese, offre degli interessanti spunti di riflessione. «Putin pensa che dopo 12 mesi tutti questi leader politici [che hanno reagito al caso dell’avvelenamento di Navalny, n.d.r.] vacilleranno, ritenendo necessaria una normalizzazione dei rapporti con la Russia. Lui crede che la politica occidentale non sia poi tanto diversa da quella russa. Che la democrazia, la civiltà e il liberalismo siano solo un’ipocrita facciata, e che alla fine sia la forza a vincere».

Si potrebbe dire che “can che abbaia non morde”; secondo la prospettiva di Clark, le reazioni indignate dei leader europei e mondiali sono destinate a durare poco. Ad uscirne sconfitto è tuttavia quell’universo di principi basilari riconosciuti, almeno sulla carta, dall’Occidente, che quindi dovrebbero ritenere inaccettabile l’esistenza di un sistema di purghe che arriva direttamente dal governo russo. Forse stavolta c’è qualcosa di diverso, considerando che il numero di dissidenti messi a tacere dal Cremlino, sia dentro che fuori dai propri confini, è diventato intollerabile.

Si attendono reazioni incisive della comunità internazionale, che dovrà scegliere se sacrificare ancora una volta la tutela delle libertà personali e del diritto alla vita sull’altare degli interessi economici e del potere del più forte. Si tenga a mente, però, che non reagire ad una così vistosa ed efferata violazione dei diritti significa esserne complici. E allora avrà ragione Putin: quei valori tanto millantati si tradurrebbero in un’ipocrita facciata.

Raffaella Tallarico

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