
Nell’ultimo periodo, sulle nostre home social sono comparsi nuovamente articoli sul terrorismo islamico. Questo perché i conflitti in Medio Oriente e, in particolar modo, il genocidio palestinese fanno pensare ad un possibile ritorno di questa minaccia.
Prima di entrare nel vivo dell’argomento, vorrei brevemente sottolineare quanto segue. Quando parliamo di terrorismo, spesso incorriamo in termini come IS (Stato islamico), ISIS (Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) o ISIL (Stato Islamico dell’Iraq e del Levante). Molto raramente, invece, abbiamo sentito parlare di Daesh, un termine che i jihadisti ritengono offensivo in quanto in arabo risulta simile a parole come daes (“colui che calpesta o schiaccia con i piedi”) o dāhis (“colui che semina discordia”). Dal 2015, questa parola (Daesh) è apparsa – e continua ad essere usata – nei comunicati ufficiali da parte di governi come Francia, Regno Unito, Italia e istituzioni come le Nazioni Unite. Questa scelta è dettata dal fatto che parlare di Stato Islamico implica il riconoscere la sua pretesa di essere uno Stato sovrano. I media, che invece continuano a parlare di IS, ISIS o meno frequentemente di ISIL, non ignorano tutto ciò. Anzi, ne sono consapevoli, ma la nascita del termine Daesh è arrivata dopo quella di parole come ISIS o IS, ritenuto ormai il modo più immediato di far comprendere ai lettori di cosa si parla.
Il 2015 è stato l’anno in cui il terrorismo ha profondamente scosso l’Occidente. Sebbene gli attacchi del 2004 in Spagna e del 2005 a Londra condividessero con quelli di Parigi lo stesso obiettivo (colpire la quotidianità), gli eventi parigini furono percepiti dalla comunità in maniera più intensa. Non perché i precedenti fossero meno gravi, ma per via del numero elevato di vittime, della simultaneità degli attacchi e dell’enorme trauma collettivo che provocarono, dando una dimostrazione di forza molto diversa. Bisogna considerare che, nello specifico, il 13 novembre 2015 fu il primo attacco terroristico che tutto il mondo seguì in diretta, soprattutto tramite i social. Questi ultimi, ebbero un ruolo fondamentale sia per la copertura mediatica, sia per l’aiuto concreto che offrirono grazie agli utenti: per la prima volta, Facebook attivò la funzione del safety check così che le persone potessero dare notizie immediate ai propri cari; su Twitter, con l’hashtag #PorteOuverte i parigini aprirono le porte di casa ai sopravvissuti, per dar loro rifugio.
Ma gli attentati del 2015 erano davvero imprevedibili? Fin dall’inizio della guerra civile siriana (2011-2012), alcuni francesi avevano cominciato a partire per la jihad e i servizi di intelligence erano a conoscenza dell’addestramento di alcuni cittadini all’estero. Quindi, anche se si è fatta strada nella narrazione ufficiale l’idea di una Europa che scoprì solamente in quell’anno la realtà e la brutalità jihadista, oggi sappiamo che la Francia non è riuscita a monitorare con precisione i flussi d’ingresso nel paese delle stesse persone che sapevano essersi addestrate in Siria ed Iraq. A poco è servito che il governo imponesse lo Stato di emergenza fino al 2017 creando, tra le tante cose, malcontento e alimentando atti di razzismo nei confronti della comunità musulmana.
Nei mesi e anni successivi, gli attentati di Bruxelles (2016), Nizza (2016), Berlino (2016), Manchester e Barcellona (2017) hanno confermato che l’Europa era diventata un bersaglio privilegiato dello Stato islamico. Ma la portata degli attacchi fu completamente diversa rispetto ai precedenti, in quanto si trattava del cosiddetto terrorismo low cost. La propaganda jihadista esortava i simpatizzanti a colpire appena fosse possibile, con qualsiasi mezzo: veicoli lanciati sulla folla, piccoli ordigni artigianali, coltelli. Questa strategia, nonostante sembri meno efficace, ha comunque reso la minaccia più difficile da contrastare perché non richiede grandi reti logistiche, ma soltanto la motivazione di singoli individui.
Nello stesso periodo, lo Stato islamico stava perdendo terreno in Medio Oriente perché, dopo aver proclamato nel 2014 un califfato tra Siria e Iraq, l’organizzazione ha subito sconfitte decisive: Mosul e Raqqa sono state riconquistate entrambe nel 2017. Questa è stata una vittoria solo parziale poiché, nonostante il crollo territoriale del califfato, l’ideologia jihadista non è scomparsa: alcuni combattenti sono rimasti nascosti nella regione, altri sono tornati nei loro Paesi d’origine, altri ancora hanno raggiunto nuove zone di conflitto (soprattutto in Africa e in Asia).
Il terrorismo in Africa
Anche se non si è mai parlato molto di terrorismo di matrice jihadista in Africa, è bene sottolineare che in Mali, Burkina Faso e Niger, i gruppi affiliati ad al-Qaida e allo Stato islamico hanno approfittato delle tensioni interne e della debolezza dei governi per conquistare territori. Dal 2015, il Sahel, la valle del lago Ciad, il Corno d’Africa e, più tardi, alcune aree del Mozambico sono diventate i nuovi epicentri.
Questo tipo di organizzazioni si inseriscono in contesti già fragili di per sé: qui, le rivalità etniche e locali, il vuoto di autorità in vaste aree rurali, le alleanze con milizie locali hanno favorito la loro affermazione. Nel 2017, in quei luoghi si affermano definitivamente due gruppi: JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulman), legato ad al-Qaida e EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara), affiliato all’IS. Le strategie di entrambe le organizzazioni non si sono concentrate solo a livello militare, ma anche sociale attraverso estorsioni e sequestri a scopo di riscatto, omicidi mirati e imposizioni di regole approfittando del fallimento statale.
In questo contesto, la Francia ha giocato un ruolo centrale nel cercare di contenere l’espansione jihadista con l’operazione Barkhane (2014-2022), schierando circa 5.000 soldati in Mali, Niger e Ciad. Nonostante alcune vittorie, questa strategia si è rivelata fallimentare a causa dei costi umani, civili e militari (più di 2.500 morti in Mali solo nel 2020) e della sfiducia delle popolazioni locali verso la presenza francese, percepita come neocoloniale.
Anche gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nella lotta al terrorismo in Africa, con programmi come AFRICOM (il comando militare USA per l’Africa, creato nel 2007) e missioni di addestramento e cooperazione con eserciti africani. Ma dopo il 2017, con l’arrivo di Trump, gli Stati Uniti hanno ridotto il coinvolgimento diretto in operazioni antiterrorismo. Questo perché le risorse sono state spostate verso la competizione con la Cina nell’indo-pacifico. Il passo indietro degli americani ha consentito alla Russia di stringere accordi con Mali, Repubblica Centrafricana e altri paesi fragili, offrendo armi e consulenza militare e mercenari (Wagner) per combattere i jihadisti. Infine, altre realtà come Unione Africana, G5 Sahel e ONU hanno provato a contrastare il terrorismo, ma la coesione politica e le risorse sono spesso venute meno. Secondo il Global Terrorism Index 2025 più della metà delle vittime di attacchi terroristici a livello globale proviene dal Sahel. Qui, le nuove tecnologie disponibili, come i droni rendono ancor più difficile contrastare il terrorismo.
Il ritorno dei Talebani
L’accordo di Doha del febbraio 2020 tra gli Stati Uniti e i Talebani è stato molto importante nella lunga guerra afghana. Firmato dopo mesi di negoziati difficili, il patto sanciva ufficialmente la volontà americana di porre fine a vent’anni di conflitto e di ritirare progressivamente le proprie truppe. In cambio, i Talebani si impegnavano a garantire che l’Afghanistan non sarebbe mai più diventato un rifugio sicuro per organizzazioni terroristiche internazionali, come era stato negli anni Novanta con al-Qaida di Osama bin Laden. Nonostante ciò, numerosi analisti sottolinearono già allora la fragilità degli impegni presi dai Talebani e il rischio che si trattasse più di una tregua tattica che di una reale volontà di cambiamento.
Con il tempo, queste preoccupazioni si sono rivelate fondate. A distanza di poco più di un anno, nell’estate del 2021, il ritiro definitivo delle forze statunitensi e della NATO ha messo in luce tutta la precarietà dell’accordo. In poche settimane, i Talebani hanno lanciato un’offensiva che ha portato al collasso delle istituzioni afghane e alla fuga del presidente Ashraf Ghani. Il 15 agosto 2021, Kabul è caduta senza una vera resistenza e i Talebani hanno riconquistato il potere quasi vent’anni dopo la loro cacciata. L’immagine dei miliziani che sventolavano le loro bandiere bianche nel palazzo presidenziale e degli aerei militari americani che evacuano in fretta diplomatici e civili è diventata il simbolo del fallimento delle ambizioni occidentali di costruire uno Stato stabile e democratico in Afghanistan.
Il ritorno dei Talebani a Kabul ha avuto un profondo significato: ha dimostrato che, malgrado due decenni di guerra, migliaia di miliardi di dollari spesi e centinaia di migliaia di vittime, i jihadisti non erano mai stati realmente sconfitti. Infatti, sappiamo che Al-Qaida, storicamente legata ai Talebani, non aveva mai abbandonato del tutto il Paese. Anche altre organizzazioni come lo Stato islamico in Khorasan (IS-K) hanno continuato ad operare dopo la presa di Kabul, confermando che la possibilità della creazione di un santuario territoriale – un’area geografica in cui un gruppo jihadista riesce a insediarsi stabilmente – non va esclusa totalmente.
Non è quindi un caso che si teme la possibilità che l’Afghanistan torni a essere il cuore pulsante del jihad globale. In fondo, fu proprio dal santuario afghano degli anni Novanta che nacque al-Qaida, e da lì furono organizzati gli attentati dell’11 settembre 2001.
La guerra al terrorismo
Il bilancio della guerra al terrorismo sfiora cifre inimmaginabili. Secondo studi come il progetto “Costs of War” della Brown University, gli Stati Uniti hanno speso oltre 6.000 miliardi di dollari in venti anni. La Francia, tra il 2015 e il 2019, ha speso circa 10 miliardi di euro in operazioni militari, intelligence e misure di sicurezza interna. Eppure, il terrorismo non è scomparso: si è trasformato.
Con la pandemia di Covid-19, i jihadisti hanno sfruttato la crisi sanitaria a fini propagandistici: alcuni media legati a Daesh o ad al-Qaida hanno descritto la pandemia come un “castigo divino” contro i Paesi non musulmani o contro i governi corrotti. Nel frattempo, la lotta al terrorismo ha subito un inevitabile rallentamento: ci sono state meno operazioni, ritiri parziali di truppe, priorità politiche spostate verso la gestione della crisi economica e sanitaria. Questo ha inevitabilmente favorito un ritorno dei jihadisti in alcune aree.
Dal 2015 al 2025 si è passati da un jihadismo centralizzato, cioè con l’ambizione di un califfato universale, a gruppi locali che spesso mescolano obiettivi religiosi e conflitti etnici o politici. È quello che gli esperti contemporanei chiamano “jihad glocal”: movimenti che si concentrano su dinamiche locali ma mantengono un legame ideale con la causa globale. Questo, come dicevamo anche all’inizio riguardo il terrorismo low cost, ha ripercussioni sull’efficacia del contrasto al terrorismo.
Osservando il decennio 2015-2025, possiamo notare che i jihadisti hanno dimostrato una resistenza molto forte: pur avendo perso i loro santuari territoriali in Medio Oriente, hanno saputo reinventarsi e adattarsi, trovando nuovi spazi in Africa e Asia. Dall’altro lato, l’Occidente ha deciso di dare priorità alla competizione con la Cina, alla gestione delle pandemia e al conflitto russo-ucraino.
Questo abbassare la guardia, se così vogliamo definire l’atteggiamento dei governi occidentali, non elimina la minaccia. I jihadisti continueranno a colpire, probabilmente con modalità meno spettacolari, ma altrettanto efficaci. Alla luce degli ultimi avvenimenti, non è da escludere che la debolezza economica e il malcontento sociale, frutto di queste politiche impopolari, possano creare terreno fertile per organizzazioni che, come abbiamo osservato, sanno pazientemente attendere il momento giusto per agire.
Ilaria Cozzolino















































