Razzismo ambientale, quando l'ecologia diventa il più iniquo dei privilegi
Fonte: cial.it

Per il sociologo Razmig Keucheyan, l’ambiente è quanto di più politico possa esserci. Anzi, la natura è un campo di battaglia, per citare il suo saggio di ecologia politica. Nelle trincee di questo conflitto su vasta scala, defilato dal fronte principale degli scontri, si combatte anche la guerra del razzismo ambientale, definizione coniata dal reverendo Benjamin Chavis, figura prominente del movimento per i diritti civili di Martin Luther King. Si tratta di un’espressione solo superficialmente ridondante ed autoesplicativa, invero feconda di riflessioni su cui è essenziale concentrare l’attenzione in frangenti storici come il nostro, scosso dalla crisi economico-sociale e ambientale e sensibile al fascino dai sovranismi.

La discarica dell’ecologia etnocentrica

Secondo la sociologia dell’ambiente, i sistemi sociali interagiscono tra di essi e con l’ambiente in un modularità complessa, spiegabile attraverso un sistema di variabili ad influenza reciproca. La questione ambientale, essendo quintessenza del dibattito politico contemporaneo, funge da spugna rispetto ai fenomeni sociali: adattandovisi e influenzandoli, ne assorbe e ricomprende ogni contraddizione, e le riverbera. Se il rapporto tra uomo e ambiente assume i connotati di un modello di sviluppo insostenibile e diseguale, il rapporto uomo-uomo, partendo da tali premesse, non può che ingenerare fenomeni di razzismo ambientale di pari passo a quelli più generali di settarismo e sciovinismo nazionalista, etnico e religioso.

Per mantenere integro e funzionale il sistema economico post-capitalistico e tamponarne le stridenti disuguaglianze sistemiche di fondo, infatti, la valvola di sfogo della razza rappresenta la scorciatoia ideale, forse l’unica possibile, e sicuramente quella con maggior seguito e presa sulla cittadinanza. In questo modo l’appartenenza a determinate comunità etnico-territoriali, oltre che la provenienza sociale, determina una forma di discriminazione tanto partecipativa quanto redistributiva nelle politiche, nei provvedimenti e in generale nella tutela ambientale.

Fonte: Eric Kayne/Earth Justice, readersupportednews.org

Si può aggiungere di più: il razzismo ambientale si qualifica come il principale fattore che spiega le variazioni profonde tra il timido avanzamento della riconversione ecologica, tra le coscienze e nel settore produttivo, e le cause che ne frenano l’efficacia e la pervicacia, soprattutto presso determinate comunità umane. Esso è una vera e propria “discarica” delle rimanenze della società della crescita illimitata e deresponsabilizzata, per restituire l’illusione che il sistema stia effettivamente cambiando.

Una nuova ma antica frontiera del greenwashing, quella del razzismo ambientale, sottile e silenziosa emanazione carsica dell’ecofascismo, la cui sussistenza endemica è assai pericolosa proprio perché allontana la percezione dei drammatici disastri ambientali, dall’inquinamento alla degradazione degli ecosistemi, dagli orizzonti immediati del cittadino occidentale mediamente agiato, anche se maggiormente sensibile alle questioni ecologiche. La tentazione etnocentrica dell’ambientalismo, che passa dalla parafrasi orwelliana del “l’ecosistema è fondamentale per tutti i popoli ma quello del mio è più fondamentale di quello degli altri“, è un rischio reale e palpabile, soprattutto se si pensa alle vicissitudini storiche del fenomeno.

Il razzismo ambientale come fenomeno sistematico

Il razzismo ambientale, come è facile ma non scontato intuire, non è semplicemente l’ennesimo frutto avvelenato dell’epoca dei sovranismi, quanto piuttosto una prassi storica consumata. La prima indagine di rilevanza pubblica e di rigore scientifico sul fenomeno, il rapporto della Commissione per la Giustizia Razziale della United Church of Christ intitolato “Rifiuti tossici e razza negli Stati Uniti. Rapporto nazionale sulle caratteristiche razziali e socio-economiche delle comunità con siti di smaltimento per rifiuti tossici” è datata 1987. Il Rapporto evidenziava che tre afro-americani o ispano-americani su cinque risiedono in in comunità con la presenza di siti di stoccaggio di rifiuti tossici non protetti. Sotto la pressione delle proteste della popolazione bianca e benestante, spesso al grido di “NIMBY!“, la programmazione pubblica e l’investimento privato avevano individuato nelle comunità delle minoranze razziali, emarginate e prive di referenti politici influenti, la collocazione delle discariche e gli impianti nei quali riversare le conseguenze drammatiche dell’inquinamento.

La razza costituisce tutt’ora il fattore di gran lunga predominante nella locazione degli impianti industriali oppure di altri siti inquinanti negli Stati Uniti. Il caso recente più celebre ed esemplificativo è quello raccontato anche da Michael Moore nel documentario Fahrenheit 11/9, ovverosia il disastro ambientale di Flint in Michigan, innescato dalla criminosa contaminazione da piombo delle acque del fiume che riforniva la città. Una cittadina, quella di Flint, a prevalente maggioranza afro-americana. La crisi sanitaria, che è costata la salute a migliaia di persone, ha suscitato una riprovazione presso la comunità nera tale da influenzare addirittura le presidenziali del 2016, pur non agitando l’opinione pubblica in modo paragonabile alle proteste di Black Lives Matter.

La discarica di Agbogbloshie in Ghana si estende a perdita d’occhio. Fonte: aljazeera.com

Ma il razzismo ambientale non è proprio soltanto delle élite americane, è piuttosto un fenomeno globale sistemico, insito nelle catene di valore dei cicli produttivi. Il riferimento probabilmente più problematico è quello delle discariche nei paesi in via di sviluppo: dall’India che ospita circa il 90% dell’e-waste mondiale, al Ghana della centrale di stoccaggio, smaltimento e riciclaggio di immondizia più grande del mondo, quella di Agbogbloshie, fino alle vantaggiose esportazioni legali e illegali di rifiuti di plastica delle società petrolchimiche americane verso paesi come il Kenya. Tutto questo avviene spesso in spregio rispetto gli obblighi della Convenzione di Basilea (1992), un trattato che dovrebbe regolare lo smaltimento internazionale dei rifiuti e vietare facility altamente inquinanti a ridosso di comunità che contano centinaia di migliaia di persone. La ratio del fenomeno delle discariche nei paesi del terzo mondo è semplice: smaltire i rifiuti, ed eventualmente riutilizzarne i materiali di scarto utili per la produzione e per un corposo ritorno economico, senza che le persone ricomprese nel ciclo dei profitti e dei benefici del consumismo della sovrapproduzione ne subiscano le conseguenze ambientali. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Le condizioni ambientali malsane e degradate che la presenza dei rifiuti porta con sé nei paesi in via di sviluppo, con danni irreparabili al suolo, all’idrosfera e alla salute delle persone, viene replicata allo stesso modo nelle comunità periferiche delle prospere nazioni industrializzate, caratterizzate da redditi più bassi e/o dalla massiccia presenza di minoranze etniche: la correlazione diretta tra le due variabili è solitamente la norma. Le banlieu parigine in Francia, la countryside in Inghilterra, e le province a più basso reddito in Italia (basti pensare alla discarica di Celico in Calabria) sono allo stesso modo interessate rispettivamente da condizioni abitative insalubri e da ambienti urbani degradati, dalla presenza di industrie ad alto impatto ecologico, e da un alta incidenza di discariche di rifiuti pericolosi. La variabile del razzismo ambientale può essere dunque riscontrata contestualmente al razzismo territoriale e all’appartenenza di classe. L’assunto è lo stesso: il diritto all’ambiente è un privilegio per pochi.

Periferia dell’ambientalismo, epicentro della discriminazione razziale

Le disuguaglianze marciano divise per colpire unite, e bisognerebbe contrastarle allo stesso modo. Eppure la questione della matrice razziale è scarsamente riconosciuta nella sua centralità, se non espunta: tutt’altro che accolto da parte delle organizzazioni ambientaliste delle origini, il razzismo ambientale ha faticato a conquistare un posto rilevante nel dibattito scientifico e politico in materia, nonostante possa costituire come si è visto una variabile determinante per scandagliare a fondo le contraddizioni del post-capitalismo inquinante, il quale se ne avvale per poter scongiurare il passaggio sistemico ad un modello di sviluppo ecologico.

L’ambientalismo classico, per la verità più vicino al naturalismo e al ruralismo, qualificava i problemi relativi alla penalizzazione ecologica di alcune comunità come non eminentemente ambientali, bensì concernenti alla salute pubblica, pertinenti dunque alla sfera antropica e al di là della “competenza ambientalista”, relativi invece alla tutela della natura incontaminata.

razzismo ambientale
Poster Art for Social Justice – Ricardo Levins Morales, Fonte: rlmartstudios.com

Oggi è ormai risaputo quanto una strategia intersezionale tra corpi sociali sia essenziale per promuovere qualsiasi battaglia politica, tanto più se ambientalista. Nel frattempo, questa rimozione ha favorito i colossi produttivi e le amministrazioni politiche ad essi contigue, che hanno potuto mettere in atto efficaci operazioni di greenwashing e pianificare discariche nelle quali stipare comodamente, oltre ai rifiuti, l’urgenza della questione ecologica. A porre rimedio a questi errori di prospettiva marchiani, è intervenuto per fortuna il movimento per la giustizia ambientale, che pone in relazione diretta le variabili sociali di razza, classe e genere con l’ambiente. Nato nel 1982 sotto l’impulso delle proteste delle comunità afroamericane della contea di Warren, negli Stati Uniti, contro l’istallazione di una discarica, questa sorta di “legione locale” della più vasta mobilitazione ambientalista per la giustizia climatica pone al centro le disuguaglianze ecologiche nei singoli territori, ed ha conquistato da allora proiezione internazionale e ricnoscimenti accademici.

La sensibilizzazione circa il razzismo ambientale, epicentro della discriminazione razziale da un punto di vista sostanziale, deve comunque fare ancora molta strada, per poter ribadire con fermezza e cognizione quanto il diritto all’ambiente appartiene a tutti i popoli e i territori.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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