Dieci anni di surriscaldamento globale: Capitalocene e Sumud
Surriscaldamento Globale (Public Domain Pictures)

Il 2024 è stato l’anno più rovente mai registrato dal 1850, da quando si effettuano le rilevazioni climatiche, con un incremento della temperatura media globale di circa 1,6 °C rispetto ai limiti fissati nel 2015 con l’ormai completamente disatteso accordo sul clima di Parigi. Nel medesimo anno anche la temperatura media di superficie degli oceani ha stabilito un nuovo record con 20,87 °C e, con ciò, la drastica diminuzione del pH medio delle acque oceaniche, secondo l’IPCC, non ha paragoni negli ultimi 65 milioni di anni. Difatti, stando al rapporto climatologico del Copernicus Climate Change Service (C3S) dell’Unione Europea riguardante il biennio 2023-2024: l’attuale surriscaldamento globale non ha precedenti storici negli ultimi 120 mila anni.

Inoltre, nell’arco temporale 2014-2023 la concentrazione di CO2 è aumentata di circa 24 ppm con il più alto tasso di incremento annuo su un periodo decennale mai registrato dal 1958: con un tale accumulo di CO2 nell’atmosfera – che ha ormai superato le 420 parti per milione – si attesta, con estrema probabilità, la più elevata concentrazione degli ultimi 3 milioni di anni, ossia dalla fine del Pliocene. In particolar modo nel 2023 le concentrazioni di metano e di protossido di azoto hanno conseguito valori altissimi, rispettivamente il 265% e il 125% rispetto ai livelli pre-industriali. Non a caso l’intervallo temporale 2015-2024 si è rivelato come il decennio più caldo mai monitorato sinora, ciò dimostra che attualmente il surriscaldamento globale indotto dal capitalismo fossile s’intensifica a un ritmo di 0,26 °C per decennio. Tra il 2022 e il 2024 solo nel continente europeo, prevalentemente nel bacino mediterraneo, sono stati oltre 181mila i decessi stimati a causa delle asfissianti temperature. L’OMS tra il 2030 e il 2050 prevede che il surriscaldamento globale causerà circa 250mila morti in più all’anno, per via della malnutrizione e della maggiore incidenza di malattie infettive. Per di più, secondo il recente rapporto State of the Global Climate 2024 dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), un’agenzia delle Nazioni Unite, sussiste a ora un 70% di probabilità di superare la soglia degli 1,5 °C in più rispetto all’epoca pre-industriale nel periodo 2025-2029. In tutto ciò, secondo un rapporto del 2017 del Carbon Disclosure Project (CDP), dal 1988 al 2017 solo 100 corporation sono responsabili del 71% delle emissioni industriali globali di gas climalteranti nell’atmosfera.

Come se non bastasse, il Living Planet Report 2024 pubblicato dal WWF che misura la variazione media delle dimensioni delle popolazioni di oltre 5mila specie di anfibi, uccelli, pesci, rettili e mammiferi ha evidenziato un rovinoso declino del 73% tra il 1970 e il 2020. In più, il rapporto della FAO del 2020 sottolinea che nel trentennio 1990-2020 circa 420 milioni di ettari di vegetazione sono stati deforestati prevalentemente per il settore dell’agribusiness e per l’industria della carne. Infine, stando ai dati dell’ONU almeno il 50% della popolazione mondiale – circa 4 miliardi di persone – vive con una grave carenza idrica per diversi mesi all’anno. A oggi, nel 2025, soprattutto nel Sud del globo 2,1 miliardi di persone non hanno proprio accesso a fonti sicure d’acqua potabile.

Alla luce bruciante del surriscaldamento globale il quadro complessivo è catastrofico e mai sperimentato prima dall’umanità sia per i livelli insostenibili di gas climalteranti presenti nell’atmosfera terrestre, sia per le ardenti temperature superficiali, sia per le ondate di calore estremo e i fenomeni meteorologici esiziali, sia per l’inarrestabile acidificazione degli oceani, sia per il pernicioso innalzamento del livello degli oceani, sia per la sempre più esigua copertura del ghiaccio marino antartico e il progressivo e incessante ritiro dei ghiacciai, sia per la costante e rapida perdita di biodiversità e la sistematica devastazione degli ecosistemi naturali. Le implicazioni per la salute collettiva e per la sopravvivenza di tutte le forme di vita sono terrificanti.

Dunque, l’affermarsi del capitalismo fossile, la mercatizzazione della lotta al surriscaldamento globale attraverso l’inedita strategia d’accumulazione capitalistica della green economy e la colonizzazione e lo sfruttamento implacabile dell’intera biosfera minacciano ora più che mai la conservazione della biodiversità e della stessa civiltà umana. A tal proposito, l’ecologista Barry Commoner ha scritto: «La crisi ambientale rivela gravi incompatibilità tra il sistema imprenditoriale privato e le basi ecologiche che lo sostengono». La Terra brucia e la maggior parte dell’umanità e la totalità delle forme di vita extra-umane – che non hanno alcun interesse nella riproduzione costante degli attuali ecocidari rapporti di produzione – hanno, per ora, solo due possibilità: salvare il pianeta o accettare una futura e certa estinzione di massa, sradicare il capitalismo o distruggere il pianeta, tutelare determinate fagocitanti classi sociali o salvaguardare la Terra e chi la abita.

Riprendendo le parole di Naomi Klein: «Semplicemente non c’è modo di far quadrare una fede che spregia l’azione collettiva e venera totale libertà del mercato con un problema che richiede invece un’azione collettiva a livelli mai visti e una spettacolare limitazione delle forze di mercato che hanno creato e aggravato la crisi».

Surriscaldamento globale: Capitalocene e inferno planetario

Nell’era del Capitalocene l’intera rete della vita planetaria è pervasa e mercificata dal modo di produzione capitalistico e mediante questo processo di cannibalizzazione ogni elemento subisce una spoliazione al fine di divenire una macchina per il profitto a buon mercato, del tutto sfruttabile e sacrificabile. In particolar modo la sfera dell’appropriazione illimitata si regge sul lavoro riproduttivo umano non pagato, svolto totalmente dalle donne, e sulle reti extra-umane della vita organica e inorganica alienate e non pagate messe al lavoro esclusivamente per il capitale. Pertanto, il feticcio della crescita insito nel capitalismo produce un meccanismo auto-perpetuantesi d’espansione smisurata che ineluttabilmente ha provocato, a sua volta, una pericolosissima frattura metabolica nell’interazione capitale-natura. Scrive il sociologo Jason W. Moore: «Ci sono dei limiti a quanto lavoro il capitalismo può estrarre dalle nuove classi sociali, dalle foreste, dalle falde acquifere, dai campi petroliferi, dai giacimenti di carbone e da ogni altra cosa. La Natura è finita. Il capitale si basa sull’infinito».

Difatti, il surriscaldamento globale è un fenomeno derivante da determinate relazioni di potere e di dominio che, per l’appunto, si riflettono sulle mutazioni climatiche. Per cui la catastrofe ecologica capitalogenica genera mostruosi cambiamenti geofisici che impongono costi orribili e inaccettabili alle popolazioni indigene, alla working class, alla caring class e alla natura tutta; ciò è la risultante di un sistema d’appropriazione e d’accumulazione fondato sulla legge di valorizzazione del capitale e, di conseguenza, su una struttura globale di rapporti di potere colonialisti ed estrattivisti sin dalla sua origine.

L’Antropocene, in quanto concetto-sintomo, invisibilizza le disuguaglianze socio-economiche e la violenza connaturata al capitalismo, per cui il responsabile del surriscaldamento globale e non solo sarebbe un astratto anthropos. Non è l’essere umano in quanto tale ad alimentare siffatta spirale distruttiva bensì è il capitale a generare il plurisecolare inferno planetario. Il capitale in quanto rapporto socio-ecologico ha plasmato il globo dalla fine del XV secolo, rendendolo un gigantesco deposito di forme di vita da sfruttare, da reificare e da annichilire, anche fino alla loro stessa estinzione, esclusivamente ai fini della propria riproduzione e crescita.

Ormai intere zone del pianeta si sono trasformate in luoghi totalmente ostili a qualsiasi forma di vita a causa delle alte temperature, dell’infertilità dei suoli, della siccità e dell’inquinamento. Sostanzialmente per una parte consistente dell’umanità, miliardi di persone, e per una molteplicità di vite non-umane la vita sulla Terra è strutturalmente una agonia, a causa del saccheggio e della degradazione ambientale, della scarsità indotta di risorse, della fame e della sete, dell’apartheid razziale e climatico, dell’oligarchismo suprematista, patriarcale e imperialista, dell’incessante militarizzazione e dei sanguinari conflitti armati, della costante svalorizzazione socio-economica e culturale delle classi subalterne e delle profonde disuguaglianze socio-ecologiche e di genere, il tutto perpetrato dagli apparati dello Stato e del capitale.

Dunque, il surriscaldamento globale non incarna solamente problematiche atmosferico-ambientali, bensì molteplici fattori di sistemica iniquità: le borghesie del Nord globale che maggiormente hanno contribuito al disastro ecologico paradossalmente ne subiscono meno le conseguenti criticità. Di converso, le classi subalterne del Sud globale sono le più colpite dall’accresciuta frequenza dei fenomeni meteorologici estremi. In questo quadro generale, in cui le classi agiate pagano lautamente per sfuggire all’invivibilità climatica, ai conflitti e alle ribellioni mentre la restante parte del mondo viene lasciata nell’abisso capitalistico, il surriscaldamento globale delinea simultaneamente una nuova geografia dell’ingiustizia e una catalizzazione di tutte le estreme iniquità già esistenti.

In tal senso il trionfo totalizzante del capitale è tanto più radicale in quanto crea una percezione normalizzata degli eventi, una percezione che non si presenta con i tratti ideologici d’una determinata ragione economica, bensì come la natura stessa del mondo, come l’essenza immutabile dell’umanità. Si realizza così un’apologia del capitalismo stesso, degli intrinseci progetti di civilizzazione fondati sulla divisione uomo-natura e della sua imprescindibile logica di classe e imperialista. Le modalità di governo necro-politiche della biosfera si sostanziano nella convergenza tra scienza, tecnologie e imperialismo soprattutto negli ultimi dieci anni: la crescita esponenziale dell’apparato petrolchimico e militare-industriale-tecnologico, della nuclearizzazione, delle politiche repressive, razziste, sessiste e finanche genocidarie come in Palestina. Il capitalismo è una minaccia, in particolar modo il surriscaldamento globale e l’economia del genocidio, e allo stato attuale non è solo una questione strettamente politica, ma anche ontologico-esistenziale.

Si rivela, quindi, di vitale importanza costruire nuovi modi di pensare le relazioni in un’ottica transindividuale e transpecifica, senza oppressione e senza sfruttamento dell’essere umano da parte dell’homo oeconomicus e delle vite extra-umane, della natura tutta, sempre da parte dell’homo oeconomicus. Riprendendo le parole della filosofa Nancy Fraser: «In questa situazione, la salvaguardia del pianeta richiede la costruzione di una controegemonia. […] Per diventare controegemonico, tuttavia, un nuovo senso comune deve trascendere il piano «meramente ambientale». Affrontando la crisi generale in tutta la sua portata, deve connettere la propria diagnosi ecologica ad altre preoccupazioni vitali, tra cui la precarietà dei mezzi di sussistenza e la negazione dei diritti del lavoro; il disinvestimento pubblico della riproduzione sociale e la cronica sottovalutazione del lavoro di cura; l’oppressione etnica, razziale e imperialista e il dominio sessuale e di genere; la spoliazione, l’espulsione e l’esclusione dei migranti; la militarizzazione, l’autoritarismo politico e la brutalità della polizia. […] Solo affrontando tutti i principali fattori di questa crisi, sia «ambientali» che «non-ambientali», e rivelando le loro interconnessioni possiamo immaginare un blocco controegemonico con un progetto comune».

Surriscaldamento globale
(Wikimedia Commons)

Palestina e Sumud: «Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere»

Nell’epoca in cui il surriscaldamento globale accelera l’ecocidio planetario, nella Palestina occupata l’entità sionista da più di 700 giorni porta orrendamente a compimento il crimine di genocidio perpetrato da circa 77 anni. Ma il sistematico sterminio di ogni forma di vita fa sì che si perpetri anche il crimine di ecocidio: l’IDF ha deliberatamente distrutto il 90% dei campi agricoli nella striscia di Gaza e così all’incirca 2 milioni di persone sono soggette a un’acuta crisi alimentare. Del resto, la morte di moltitudini di esseri viventi è un esito materiale e ideologico elaborato e preconfigurato dall’accumulazione capitalistica e dal colonialismo d’insediamento. Difatti, purtroppo le soggettività palestinesi sono segnate da un dolore senza fondo né fine, da un trauma di cui si può rintracciare l’origine, ovvero la Nakba del ’48, ma di cui non si può indicare la fine perché tuttora in atto. È un trauma impossibile da circoscrivere entro una determinata temporalità: in Palestina il trauma è divenuto parte costituente dell’individuo medesimo, non solo un evento riguardante uno specifico frangente storico e biografico. Però, al contempo, le stesse soggettività sono forgiate da una inesauribile prassi poltico-culturale della resistenza, da una vitale contrapposizione a un regime coloniale e genocidario; ciò le radica sempre più nella propria terra mentre l’entità sionista cerca, invece, di egemonizzarle e di sradicarle fisicamente e culturalmente. Nella striscia di Gaza, pertanto, v’è una popolazione che non cessa di rifiutare strenuamente d’essere colonizzata, soggiogata e soffocata.

Riprendendo le parole della psichiatra palestinese Samah Jabr: «Il sumud costituisce la base di una vita di resistenza, ancorata alla terra come un olivo dalle radici profonde, che preserva l’identità, cerca l’autonomia e la capacità d’agire, salvaguarda la storia dei palestinesi e la loro cultura dall’annientamento. […] Quando l’occupazione sradica i nostri ulivi ne piantiamo altri. Quando demoliscono le nostre case ne ricostruiamo di nuove. Quando chiudono le nostre scuole ne improvvisiamo di altre. Quando oscurano la nostra storia, noi opponiamo loro le nostre testimonianze, i nostri ricordi e le nostre prove. Quando ci categorizzano in base alle carte d’identità, alle targhe delle automobili e ai partiti politici, noi ci impegniamo a stabilire legami solidali per mezzo di un’azione collettiva che preservi la coerenza della comunità. […] il sumud non accetta lo status quo, […] questa posizione dolorosa in cui si cerca la nostra libertà perduta con la speranza di ritrovarla un giorno». La parola araba sumud indica una pratica psico-sociale che si traduce non solo nella lotta politico-territoriale ma anche nella volontà individuale e collettiva d’opporsi tenacemente al dispositivo coloniale d’occupazione e di sterminio, originando così delle modalità di mutualismo e di collettivizzazione attraverso cui una comunità si prende cura dei propri membri, dei bisogni materiali e del benessere psichico. Il sumud scardina completamentela retorica della psichiatria umanitaria che depoliticizza, patologizza e vittimizza l’individuo, e così coglie ed esplicita l’aspetto politico del dolore, della sofferenza, preservando il labile confine tra sofferenza individuale – in seno al proprio vissuto soggettivo – e la sofferenza collettiva relativa al contesto storico-politico.

L’ininterrotto avvicendarsi di guerre, carestie, occupazioni, assedi, torture, espulsioni implica che le e i palestinesi – dannate e dannati della terra – diventino corpi senza territorio, senza storia, senza vita, che non abbiano alternativa rispetto a una conseguente depersonalizzazione e totale spoliazione, perciò qualsivoglia forma di sovversione e di resistenza rispetto all’oppressione è un atto quotidiano necessario, terapeutico e di auto-riconoscimento che interrompe il processo di annichilimento dei medesimi soggetti colonizzati e dà vita alla possibilità di reinventare un percorso di umanizzazione, di liberazione individuale e collettiva. Il sumud è, dunque, una strategia radicalmente decoloniale che non può essere fagocitata dal paradigma romanticizzato di resilienza. È ben al di là della resilienza e incarna un modus agendi di reazione e difesa – psico-fisica, epistemologica e politica – verso un dispositivo coloniale che esercita brutalmente il proprio potere sia sui vivi che sui morti, il cui unico obiettivo è la deumanizzazione, l’annientamento e la sparizione di un intero popolo.

Tutto ciò rimarca quanto anche le politiche di salute mentale costituiscano la base per una contestazione delle politiche coloniali d’insediamento, d’occupazione e di pulizia etnica. Laddove gli infausti effetti psichici su un’intera popolazione hanno generato una spirale inarrestabile di traumi che si propaga da generazione a generazione a partire dal 1948 e di cui il genocidio in corso a Gaza e le efferate violenze in Cisgiordania sono soltanto la fase apicale di un’atrocità estrema alla quale il sistema necro-liberale occidentale, intrinsecamente fascista e colonialista non vuole porre fine.

Surriscaldamento globale
Stop Genocide & Free Palestine! (Wikimedia Commons)

Il crollo definitivo delle fondamenta sioniste non si trova in seno all’entità sionista, bensì in Palestina, in particolar modo in seno alle giovani generazioni che decideranno il futuro della lotta anti-coloniale di liberazione. La scelta di lottare si palesa così nella sua inevitabilità di fronte a un permanente stato di disumanità: una lotta – anche armata – per la libertà non è né morale né immorale, è una inalienabile rivendicazione e necessità umana storicamente determinata nell’irrinunciabile cammino verso la decolonizzazione e verso l’emancipazione contro le politiche genocidarie ed ecocidarie. Tutte le lotte s’intrecciano, sono interrelazionali, con l’obiettivo di porre fine al surriscaldamento globale e al capitalismo fossile e coloniale che arde e uccide. Chi lotta non difende la natura, bensì è natura che si difende.

«[…] La distruzione delle culture dei popoli nativi appartiene allo stesso processo che ha distrutto e distrugge ancora la vita su questo pianeta. Le tecnologie e i sistemi d’organizzazione sociale che hanno distrutto la vita animale e vegetale stanno distruggendo anche la vita dei popoli naturali. Questo processo è la civiltà occidentale. […] Ciò di cui abbiamo bisogno è la liberazione di tutte le cose che sostengono la vita: l’aria, le acque, gli alberi, tutte cose che sostengono la trama sacra della vita. […] Noi siamo impegnati in una lotta di decolonizzazione delle nostre terre e le nostre vite, ma non possiamo compiere questa lotta da soli e senza aiuto. Da secoli sappiamo che ogni azione individuale crea condizioni e situazioni che mutano il mondo. Da secoli ci preoccupiamo di evitare tutte le azioni che non offrono una prospettiva a lungo termine finalizzata all’armonia e alla pace nel mondo». (Per un risveglio della coscienza. Messaggio degli Irochesi al mondo occidentale).

Gianmario Sabini

Gianmario Sabini
Classe '94. Laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli. Laureato in Scienze Filosofiche all'Alma Mater Studiorum di Bologna. Mi ritrovo nelle parole di Che Guevara: «Lasciatemi dire, con il rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da un forte sentimento di amore». Detesto il moderatismo, il fanatismo, la catechesi del pacifismo, l'istituzionalismo, il moralismo, la spocchia dei/delle self-made man/woman, la tuttologia, l'indie italiano, Achille Lauro e il sionismo. Errabondo con odio mosso da amore, scrivo articoli per LP e per Intersezionale, suono la batteria, bevo sovente per godere dell'oblio. Morirò.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui