La leva cantautorale degli anni Zero, un ponte tra tradizione e innovazione
Fonte: Ufficio stampa Monferr'Autore

Tediato dai modelli campanilistici e ridondanti di romanticismo non genuino dell’era fascista, allo scoccare dei palpitanti anni Cinquanta Carlo Emanuele Ricordi detto Nanni, si mise in moto alla disperata ricerca, tra i locali di una fiorente Milano, di giovani talenti inespressi a cui affidare le redini della canzone d’autore all’italiana. È in quel contesto di pieno fervore artistico e comunitario che il più giovane membro della casata fondatrice dell’editoria musicale nostrana, diede origine al fenomeno cantautorale, riunendo sotto un unico tetto artisti allora sconosciuti i cui nomi col passare degli anni divennero altisonanti.

Agli albori, il cantautorato altro non fu se non il principale mezzo di emancipazione, protesta e di escapismo nei confronti del precedente contesto sociale e musicale imperante: forgiata in contrapposizione ad una canzone il cui unico intento è intrattenere le masse e promuovere una facile evasione, la canzone d’autore diede voce alla rottura di un’intera generazione con i valori della società dei padri. Il tema dell’amore presente in gran parte delle canzoni sanremesi del tempo, lasciava spazio a liriche capaci di raccontare un paese diverso, un’Italia in profondo mutamento.

Nacque così un tipo di artista il cui primario intento è divenire un tutt’uno con i propri brani, dei quali deve essere autore ed interprete (o di musica e parole, o di almeno una delle due). Testi colti, poetici, ricchi di citazioni letterarie e riferimenti alle più disparate tematiche del tempo presente prendevano il sopravvento costituendo un nuovo ideale di canzone nazionale del tutto italiano che si confà e, al contempo, si discosta dalla chanson francese e dalla folk song di matrice americana.

Cosa è rimasto ai giorni nostri di una delle tradizioni più innovative nell’ambito della musica nazionale? Seppure ad un primo impatto la canzone italiana odierna sembrerebbe essersi progressivamente svuotata di significati per far posto a frasi fatte ed espressioni banali prive di alcuna creatività, sprazzi di speranza si manifestano. Con l’obiettivo di caldeggiare la cultura cantautorale e far comprendere anche ai più giovani l’immenso fascino della canzone d’autore, nel novembre del 2010 venne ideato un interessantissimo progetto dal titolo degregorianoLa leva cantautorale degli anni Zero” che comprendeva un doppio album frutto del lavoro congiunto della cremé delle cremé della canzone d’autore di inizio millennio ed una tournèè di quindici date.

Attraverso la nostra intervista al giornalista ed organizzatore di rassegne musicali Enrico Deregibus che a suo tempo curò e ideò l’iniziativa, abbiamo voluto rendere omaggio a distanza di esattamente dieci anni a “La leva cantautorale degli anni Zero”:

Con la collaborazione alla direzione artistica di Enrico de Angelis per il Club Tenco e Giordano Sangiorgi per il MEI – Meeting degli Indipendenti e alla produzione di Toni Verona per Ala Bianca, sei stato la forza propulsiva che ha saputo dar nuova luce alla canzone d’autore italiana. Puoi raccontarci come siete giunti all’ideazione e promozione de La leva cantautorale degli anni Zero”?

«Collaborando strettamente sia con il Club Tenco che con il MEI, ho avuto l’intuizione di avvicinare questi mondi all’apparenza antitetici tra loro: da una parte abbiamo la canzone d’autore intesa nel senso puro della parola; dall’altra la cosiddetta scena indipendente nostrana. Fin dagli albori della mia carriera nell’ambito, ho sempre avuto un certo riguardo nei confronti degli artisti emergenti della più disparata estrazione stilistica. Ho ritenuto pertanto opportuno agire concretamente al fine di valorizzare la nuova e non affermata quanto merita generazione, mettendo in campo diverse forze.»

È stato complesso radunare e far lavorare assieme ben trentasei artisti di nuova generazione ognuno con un suo specifico stile, con un personale approccio, sia artistico che commerciale, all’arte della musica?

«Eccezion fatta per qualche problemuccio a livello amministrativo e burocratico che era da mettere in conto, sinceramente no. Sin da subito le parti coinvolte – chi più, chi meno – hanno dimostrato grande entusiasmo promuovendo l’iniziativa e veicolando così se stessi e gli altri. Hanno tutti compreso appieno l’idea di base del progetto facilitandoci di gran lunga il lavoro.»

Dalla tua risposta parrebbe che ogni artista coinvolto si sia fin da subito integrato e sentito anello di una catena che man man si estende diventando sempre più grande. In un’era musicale come la nostra in cui spesso e volentieri l’arte è fine a se stessa e orientata al risultato non è affatto cosa da poco.

«Nel nostro caso specifico i vari soggetti interessati (Club Tenco, MEI, Ala Bianca, Rockol e Rai Radio2) hanno contribuito uno slancio vitale epidemico ai ragazzi e ragazze implicati ne “La leva cantautorale degli anni Zero”; forse è proprio per questo che i trentasei artisti che hanno aderito si sentivano maggiormente motivati a fare la loro parte. Conservo dei gran bei ricordi delle varie date date in giro per la Penisola con quattro/cinque performer a serata: le risate in sala prove e nel backstage oltreché le amicizie instaurate sono un qualcosa di impagabile. Noto con gran piacere che molte delle cantautrici hanno avviato delle collaborazioni reciproche; ciò non può che non essere proficuo per il panorama musicale nostrano.»

Dall’ascolto del doppio album de “La leva cantautorale degli anni Zero”, la sensazione è che le nuove generazioni di musicisti, dopo essersi appropriate dei linguaggi della canzone, abbiano voluto offrirne una propria versione personale andando a rompere gli schemi tra generi preesistenti. In tal senso, il vostro progetto musicale può essere inteso come una spinta centrifuga per un possibile cambio di paradigma?

«Le categorie hanno senso di esistere fintanto che le persone le utilizzano; oggigiorno parrebbe stiano venendo meno (anche se la strada da compiere è ancora in salita). Ricordo che negli anni addietro il mondo del rock alternativo guardava a quello dei cantautori con diffidenza, peraltro ricambiata. Dal momento che gli estimatori della canzone d’autore classica non sopportano alcuni elementi stilistici propri dell’indie mentre quest’ultimo si rifà fin troppo al pop anziché alla grande scuola cantautorale, in realtà, anche se in maniera meno frequente, succede ancora attualmente. Se si tiene però presente che è un lavoro che risale ad esattamente dieci anni fa e che all’epoca la fusione di idee tra le varie scuole di pensiero non era ancora accettata di buon grado, non posso che non darti ragione: c’è un rimescolamento molto interessante, segno delle smanie di cambiamento in atto. Uno dei primari scopi che si prefiggeva “La leva cantautorale degli anni Zero” è senza ombra di dubbio rompere ogni tipo di barriera musicale preesistente attingendo a diverse tradizioni: come volevasi dimostrare, la storica canzone d’autore, il freschissimo indie italiano, la world music e chi ne ha più ne metta altro non sono che parte integrante di un unico e bellissimo universo, la musica.»

In riferimento alla tua esperienza nell’ambito, qual è, secondo la tua opinione, lo stato di salute della canzone d’autore italiana?

«Dal punto di vista della visibilità, lo stato di salute non è di certo buono. Privilegiando i reduci dai talent show televisivi che hanno ormai fagocitato l’industria radiofonica, i media danno scarso spazio ad un certo tipo di proposte musicali ritenute di nicchia. L’azzardo, il genio, la follia artistica stanno pertanto venendo meno per far posto a musicisti che si muovono quasi esclusivamente dentro binari conosciuti. Fortunatamente esistono oasi felici, quali ad esempio Rai Radio e alcune grosse testate online, che si fanno promotrici della nuova canzone d’autore. Artisticamente parlando, il livello medio è aumentato nel corso degli anni, di prodotti validi in Italia ne abbiamo a bizzeffe; quel che è leggermente carente nei neofiti è ciò che io definisco guizzo, ossia la sfrontatezza e l’estro necessario per tirare fuori un qualcosa di mai ascoltato prima. Mi sento di consigliare due cantautori che ritengo molto validi, vale a dire Brunori Sas che dopo anni di gavetta in angusti locali è riuscito a conquistare il grande pubblico e Pino Marino reduce della pubblicazione di “Tilt”, album che definisco un capolavoro di primissima fattura. Chapeau!»

Vincenzo Nicoletti

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