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Santa Sofia torna moschea, Erdogan torna sultano

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Santa Sofia - Erdogan
Fonte immagine: tg24.sky.it

Anticipato da discussioni, accesi confronti, dibattiti televisivi, finanche dal dolore espresso da Papa Francesco, il momento della trasformazione del museo nazionale di Santa Sofia in moschea è infine giunto. Da ieri, infatti, l’affascinante e rappresentativo complesso monumentale di Istanbul ha riaperto alle funzioni religiose musulmane. A stabilirlo un decreto del presidente turco Erdogan dello scorso 10 luglio, provvedimento che ha fatto seguito a un verdetto con il quale il Consiglio di Stato turco ha dichiarato illecita la precedente conversione in museo della moschea di Santa Sofia, annullando così un editto risalente al 1935. La decisione del Consiglio di Stato si basa sull’incontestabilità dei voleri del Sultano conquistatore di Costantinopoli, Mehmet II, che stabilì per la moschea di Santa Sofia un uso esclusivamente religioso. Attraverso la riconversione di uno dei luoghi più antichi e iconici del mondo religioso, il “sultano” Erdogan realizza, quindi, la riappropriazione storica del passato della nazione. Una riappropriazione che ha tanto una valenza simbolica quanto strategica.

Simbolicamente, autorizzare il cambio d’uso e trasformare Santa Sofia in un luogo di culto islamico non può che richiamare alla mente gli antichi splendori dell’Impero Ottomano, rendendo più agevole – nell’immaginario collettivo –  ritenere possibile una riunificazione della corrente sunnita sotto il vessillo turco. Ma dietro la scelta compiuta da Erdogan di re-islamizzare Santa Sofia si cela anche un ulteriore obiettivo: quello di riconquistare il consenso perso all’interno di una popolazione a prevalenza musulmana, che ha recentemente visto crescere il suo malcontento a causa della forte destabilizzazione provocata dal coronavirus.

L’attuale pandemia di covid-19, infatti, ha contribuito a peggiorare la già precaria situazione economica. In un Paese come la Turchia, in cui il turismo impiega 2,5 milioni di persone, la recessione registrata in questo settore (unitamente a quella verificatasi nei trasporti) ha determinato una riduzione nell’entrata di valuta estera, incidendo negativamente sui livelli di inflazione e disoccupazione. Così, per placare la rabbia del popolo che governa, Erdogan ha ritenuto fosse giunto il momento per attuare la riconversione di Santa Sofia.

Santa Sofia, inoltre, consentirebbe alla Turchia di Erdogan di competere con la più autorevole fonte accademica e giuridica dell’islam sunnita, al-Azhar, e di guadagnare punti nei confronti dell’Egitto di al-Sisi, con cui è in rotta di collisione da anni soprattutto a causa del conflitto libico e della rivalità per lo sfruttamento delle risorse energetiche nel Mediterraneo centrorientale. Santa Sofia, dunque, non è che la più recente dimostrazione di un’autocrazia che usa la religione in maniera pretestuosa – o, se si preferisce, strategica – per riconsolidare un potere conquistato nel lontano 2014, anche e soprattutto con la forza del fanatismo. Se il “sultano” di Ankara riuscirà a riconquistare la fiducia del suo elettorato è presto per dirlo, ma una cosa è certa: se la Turchia, in futuro, si affermerà come potenza regionale lo farà ripercorrendo e sfruttando il proprio passato.

Fonte immagine: www.pinterest.it

I recenti avvenimenti relativi all’ormai ex Basilica di Santa Sofia inducono anche a una riflessione sull’atteggiamento dell’Occidente. Non è passato troppo tempo dalle manifestazioni che, in seguito all’omicidio di George Floyd, hanno attraversato gli Stati Uniti prima e l’Europa poi. Manifestazioni in cui spesso ha trionfato una furia iconoclasta che, prendendo di mira – tra gli altri – Cristoforo Colombo, Leopoldo II, Edward Colston, ha dato più l’impressione di voler passare un colpo di spugna su epoche e personaggi del passato senza la benché minima contestualizzazione piuttosto che rianalizzare criticamente e con maggior discernimento figure e storie del tempo che fu, ponendo asterischi, note ed effettuando distinguo.

Se è innegabile che erigere una statua è una forma di sacralizzazione, che contribuisce a rendere sistemica un’impostazione ideologica dominante (come quella coloniale), è altresì vero che l’abbattimento monumentale può considerarsi una forma di distruzione simbolica del passato, almeno di quello che una parte ha scelto di celebrare per tutti. Ma rimuovere, decapitare o imbrattare una statua rischia di restare un gesto motivato dall’impulso del momento e da null’altro se queste azioni non sono accompagnate da una precisa strategia. Una strategia che non si limiti a fare autocritica, a distruggere senza costruire, ma che sappia fare degli errori commessi in passato un monito per costruire un presente e un futuro veramente migliori. Una strategia inclusiva, lungimirante, umana, che sappia superare anche quella meramente elettorale e geopolitica di Erdogan e della sua nuova moschea.

Virgilia De Cicco

Virgilia De Cicco
Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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