Musei vuoti e ospedali pieni: immaginare la cultura dopo la pandemia
Credit: Rsi

Il settore dell’arte, dai musei ai teatri, è uno di quelli che più ha risentito della pandemia. Tuttavia mentre in altri ambiti sono state elaborate strategie e soluzioni, ciò che manca al mondo culturale è quella necessaria visione atta ad affrontare un futuro di convivenza con il virus; e stando così le cose, immaginare la cultura dopo la pandemia risulta assai difficile.

È inevitabile che la cultura dopo la pandemia debba subire un drastico cambiamento. I luoghi di aggregazione, come li abbiamo finora concepiti, saranno infatti profondamente diversi, e da questa trasformazione non saranno certamente esclusi i luoghi in cui si fruisce della cultura. Ma adesso i problemi sono molti e lo scenario futuro è assai complesso; un nuovo lockdown infatti, sarebbe difficile da sostenere e superare per l’intero settore culturale.

È chiaro che musei, teatri, cinema e sale concerto non siano considerate attività erogatrici di beni di prima necessità, anche se i primi rientrano a pieno titolo tra i servizi pubblici essenziali: per tale motivo c’è da aspettarsi che, nonostante la scrupolosa attenzione del settore nel rispettare le regole, questo sia uno dei primi a soccombere.  

Gli addetti ai lavori hanno così iniziato a mandare i primi segnali al governo per chiedere misure ragionevoli e congrue. Tra questi, Francesco Giambrone, presidente dell’Associazione Nazionale Fondazioni Lirico-Sinfoniche, che lo scorso 15 ottobre ha sottolineato, scrivendo al Ministro dei Beni culturali, come  i teatri d’opera vogliano «continuare a restare aperti e sono luoghi sicuri in cui, grazie alla rigorosa applicazione di tutti i protocolli, si stanno garantendo in tutta Italia le misure di sicurezza previste per prevenire il contagio anche nelle situazioni in cui si sono registrati dei casi», e ha ricordato che «in questi mesi post lockdown sia il pubblico sia i lavoratori hanno mostrato alto senso di responsabilità nel rispettare tutte le norme e le attività si sono svolte in totale sicurezza». Un nuovo lockdown, infatti, a prescindere da come questo venga applicato, comporterebbe per la cultura gravi problemi di sostenibilità, per questo Giambone prosegue sostenendo che debbano essere previsti «adeguati interventi economici che ci mettano nelle condizioni di proseguire le nostre attività, confermando il nostro ruolo di servizio pubblico che dà lavoro a migliaia di persone e l’importanza fondamentale delle attività culturali e di spettacolo nelle strategie di ripartenza del Paese».

Antonio Scuderi, fondatore di Capitale Cultura Group, analizzando la situazione del settore della cultura dopo la pandemia sostiene la necessità di un piano d’azione organizzato, con gli operatori del settore, per grandi priorità e strutturato in quattro campi d’azione, per porre la cultura al centro delle priorità di rilancio del Paese dopo la crisi. Il primo passo, secondo Scuderi, è quello di guardare al medio-lungo periodo: « per varare misure immediate che mettano in sicurezza e sostengano il settore nei prossimi mesi, limitando al minimo il fallimento degli operatori. E per mettere in atto provvedimenti di medio-lungo periodo, per accelerare il potenziale di un comparto che può rappresentare il vantaggio competitivo del Paese nel mondo».

È poi fondamentale la creazione di piattaforme che sostengano economicamente il credito e la finanza del settore, e con maggiori investimenti pubblici per attirare anche capitali privati garantendo al settore culturale le risorse finanziare indispensabili per crescere sui mercati. Di pari passo si propone anche una semplificazione normativa urgente che deve mirare alla «sperimentazione di Distretti Culturali a Burocrazia Zero, per integrare e coordinare su base territoriale l’offerta culturale e le strategie di promozione», perché solamente «attraverso una semplificazione radicale delle procedure d’affidamento sotto soglia, delle partnership e dei bandi di finanziamento, un nuovo mix tra modelli di gestione d’impresa e di sviluppo istituzionale, si favorirà una moltiplicazione e accelerazione di progettualità, oggi più che mai vitale, liberando il potenziale delle Imprese Culturali e Creative».

Sul fronte dei musei, fondamentale è l’intervento di Roberto Grandi, presidente dell’Istituzione Bologna Musei, che ha sottolineato come i musei siano tra i luoghi più sicuri, «nel senso che entrano poche persone, 8 o 10, in spazi molto ampi, ma anche tra i più danneggiati, in quanto costretti a rinunciare a gran parte dei fruitori standard con una drastica riduzione del fatturato. È chiaro che serva una progettazione alternativa per i musei, incentrata sulla fruizione della rete, in cui poter permettere mostre e vendite online». Per adesso almeno non può che essere così, e anche per il futuro prossimo questa potrebbe certamente essere una delle alternative per tornare a fruire, con nuovi strumenti, della cultura dopo la pandemia.

Sarà certamente un inverno insolito per i musei abituati a grandi numeri, spazi affollati e spostamenti anche intercontinentali, e così il dibattito si incentra nuovamente sull’importanza della tecnologia, che come sottolinea Beatrice Merz della Fondazione Merz di Torino, non deve essere circoscritta al solo spazio online ma deve essere inserita all’interno di un progetto dinamico, il quale deve far riaffiorare l’impegno anche sociale che il settore ha sempre avuto. Sulla stessa linea d’onda si inserisce il pensiero di Lorenzo Giusti del GAMEC di Bergamo, il quale, con spirito ottimista, incentra la sua riflessione sull’impegno sociale e civico che il settore deve (ri)scoprire.

Ma nel quadro preoccupante di questa seconda ondata, che sta mettendo a dura prova l’intera Europa, il dibattito sul futuro della cultura dopo la pandemia ha interessato, almeno finora e per ovvie ragioni, gli aspetti più prettamente tecnici ed economici. Questo indubbiamente riflette anche la grave crisi che da tempo ormai incalza nel settore, frammentato e ben poco abituato a ragionare in modo strategico. Ciò che manca infatti è un dibattito sul futuro della cultura dopo la pandemia nel suo insieme, una visione unitaria che miri a superare la crisi. È infatti oggettivamente assurdo pensare che sia più pericoloso andare in un museo piuttosto che in palestra o al ristorante, ma giustamente la strategia messa in atto dal Governo per la tenuta dell’economia mira a sostenere i settori più produttivi per il nostro Paese. È quindi necessario che il settore culturale si chieda perché non rientri in uno di questi, ed è qui che si inserisce l’importanza di un piano strategico per la ripresa dopo la pandemia.

C’è una profonda necessità di coinvolgere la comunità nei programmi dei musei, teatri, sale concerto; profonda necessità di far capire l’importanza non solo economica ma anche sociale della cultura, intesa come svago e attività ricreativa fondamentale per il cittadino; profonda necessità di diffondere nuovamente quel quel senso di curiosità che porta i potenziali fruitori a partecipare agli eventi.

Immaginare la cultura dopo la pandemia, con i musei aperti, le sale concerto e i teatri aperti, è oggi molto difficile ma è proprio adesso il momento di studiare soluzioni e trovare nuovi metodi che permettano al settore non solo di superare la crisi sanitaria, ma anche e soprattutto la crisi generale che affligge la cultura stessa da troppo tempo.

Martina Guadalti

Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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