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Fonte: https://edition.cnn.com/

Tra instabilità politica, attacchi sul fronte estero da parte del solito Trump, gelidi venti di guerra con gli stessi USA ed emergenza coronavirus, le elezioni in Iran per il rinnovo del parlamento nazionale hanno visto l’affermazione dei conservatori. L’opposizione al presidente Rouhani sarebbe dunque la vincitrice “nominale” delle consultazioni: tuttavia, le numerose sfide che sta affrontando l’Iran complicano non poco il quadro interpretativo del nuovo scenario politico.

Elezioni in Iran: i presupposti

Un Paese stremato dalle sanzioni americane è andato al voto sapendo che la politica di moderato riformismo di Rouhani ha finora sostanzialmente fallito. Certo, non sono mancate le contingenze sfavorevoli, come appunto l’atteggiamento perennemente ostile dell’amministrazione USA, i venti di guerra con gli altri Paesi del Golfo Persico, la crisi del prezzo del petrolio (anche questa piuttosto saggiamente pilotata dagli amici arabi di Trump).

Tuttavia, complice anche una risposta miope del governo Rouhani sul piano internazionale, a cominciare dal tentativo di nuova “colonizzazione” dell’Iraq in funzione antistatunitense e proseguendo con l’incerta risposta all’assassinio del generale Soleimani, è stato soprattutto l’atteggiamento barbaramente repressivo delle grandi manifestazioni sociali contro la disoccupazione e la crisi economica a giocare un ruolo decisivo per la perdita di consenso nei confronti del Presidente. Le attese riforme non sono arrivate e, alla vigilia delle elezioni in Iran, questi eventi hanno reso ben chiara la sudditanza politica di Rouhani nei confronti della Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, il vero mandante della repressione.

Rispetto al recente passato, Khamenei non è mai stato così presente sul palcoscenico mediatico come tra la seconda metà del 2019 e l’inizio del 2020. L’ayatollah ha deciso di prendere in mano le redini della politica interna ed estera: le numerose invettive contro Trump, il dito puntato contro gli ex componenti dell’accordo sul nucleare naufragato miseramente nell’ultimo periodo, fino alla necessità di “proteggere” la credibilità della Nazione di fronte all’attacco omicida nei confronti di Soleimani e all’ultima emergenza sul coronavirus, hanno determinato che la Guida Suprema a poco a poco soppiantasse il peso politico e la figura di Rouhani, che da questo tourbillon è uscito piuttosto ridimensionato a beneficio degli avversari conservatori.

Il prezzo della destabilizzazione dell’Iran: la vittoria dei conservatori

Alla vigilia delle elezioni in Iran, una serie di dichiarazioni dello stesso Khamenei imputava alla disinformazione occidentale la responsabilità di creare panico nel Paese sulla diffusione del contagio da Covid-19, con l’obiettivo di far fallire la consultazione e paralizzare la politica iraniana. In effetti, la paura del virus sembra aver influito sull’evento elettorale: oltre a ridotti assembramenti ai seggi, è stata notata in alcuni casi anche la prassi di non procedere al rilevamento delle impronte digitali prima del voto, allo scopo di sveltire le operazioni.

Tuttavia, l’importante astensione registrata (la percentuale complessiva di votanti è stata inferiore alla metà degli aventi diritto, un record dal 1979) va attribuita probabilmente più a una disaffezione generale nei confronti del sistema da parte delle fasce di cittadinanza tradizionalmente impegnate in politica, come i giovani, soprattutto universitari. Così, quasi per forza chi è andato a votare ha consentito alla nuova maggioranza conservatrice di emergere quasi incontrastata.

Anche sotto il profilo della protezione del pluralismo, peraltro, il quadro non è stato certo trasparente e, come notano alcuni ricercatori, questo ha contribuito alla disaffezione dell’elettorato più entusiasta. Il Consiglio dei Guardiani, un organo di sorveglianza a composizione mista religiosa ed elettiva, ha infatti cassato il 56% delle candidature tra quelle presentate da più di 7000 aspiranti parlamentari. Inutile dire che la maggioranza di questi, secondo i dati analizzati, era del campo riformista o moderato.

Se le elezioni in Iran hanno assunto questa deriva piuttosto annunciata, però, molta parte della responsabilità è degli occidentali e del solito Trump. La radicalizzazione su più fronti dello scontro geopolitico con Teheran ha portato alla riemersione dei conservatori che, dopo la vittoria di Rouhani due anni fa, sembravano in realtà essere stati spazzati via dall’ennesimo vento di cambiamento proveniente dai settori più aperti e dinamici della società civile.

La nuova stretta conservatrice, invece, rappresenta una risposta telecomandata dall’alto a un perenne stato emergenziale del Paese che è plausibile che sarà costretto ad adottare una strategia politica sempre più appiattita sui diktat della Guida Suprema, cui Rouhani non potrà che adeguarsi nella maggior parte dei casi, pena la paralisi istituzionale (che, con un parlamento ostile, andrebbe a suo esclusivo svantaggio).

I conservatori hanno vinto davvero?

Tuttavia, pure in questo quadro apparentemente definito non c’è certezza assoluta sull’evoluzione a medio termine del ribaltone politico seguito alle elezioni in Iran. Il Paese è instabile e sfiduciato e l’elettorato riformista potrebbe tornare alla carica con qualche strategia di protesta extraparlamentare. Per questo alcuni importanti osservatori internazionali faticano a caratterizzare con certezza i vincitori e i vinti delle elezioni.

Il New York Times preconizza persino una possibile svolta per il sistema politico iraniano, in seguito allo scoppio di una pentola a pressione la cui tenuta sarebbe ancora meno salda dopo questa tornata elettorale, nonostante l’apparente vittoria di una compagine politica “di regime“. Una reazione popolare ben coordinata, secondo questa analisi, potrebbe persino mettere fine al complesso incastro istituzionale, prevalentemente a beneficio del controllo della Guida Suprema, che governa dall’alto l’intero sistema: l’Iran potrebbe così aprirsi a una più “vera” dimensione democratica, che andrebbe a beneficio dei riformisti.

In questo senso, sarebbe ridimensionata la visione più pessimistica di chi, al contrario, considera la sconfitta elettorale dei riformisti la pietra tombale sulle aspirazioni di rinnovamento dei settori sociali più dinamici, per quanto il partito conservatore appaia comunque privo, almeno per il momento, di una figura all’altezza di eliminare subito dalla scena Rouhani e rimpiazzarlo alla presidenza al più presto.

È probabile che il verdetto definitivo delle elezioni in Iran debba ancora arrivare: molto dipenderà dalla capacità di gestire la risposta al coronavirus, che mette già in ginocchio i sistemi sanitari e le economie di Paesi ben più solidi, figurarsi quella in crisi perenne di Teheran. La qualità di tale risposta e i prossimi sviluppi della politica estera, primo tra tutti l’esito delle primarie democratiche negli USA e quindi delle presidenziali, deciderà molto del futuro dell’Iran e del successo del “colpo di mano” dei conservatori ispirati da Khamenei.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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