Tassare i ricchi: negli USA la Bidenomics, noi quando lo faremo?
Fonte: Izquierda Web Costa Rica

L’intenzione dell’amministrazione Biden di tassare i ricchi ha come obiettivo quello di finanziare il maxi piano infrastrutturale di investimenti keynesiani appena proposto. Mentre negli USA si parla di una tassa minima globale per le multinazionali e di Bidenomics, qui in Italia paventare di tassare i ricchi è ancora un tabù.

Il piano: tassare i ricchi

Dopo l’American Rescue Plan varato a febbraio (uno stimolo da 1900 mld di dollari), Biden ha presentato la scorsa settimana a Pittsburgh, città simbolo della trasformazione economica e della transizione ecologica, l’American Jobs Plan. In linea con il New Deal di Roosevelt e la Great Society di Johnson, il progetto prevede 2200 miliardi di dollari in investimenti in 8 anni per rafforzare le infrastrutture e la competitività: modernizzazione di strade, ponti, porti, sistemi di transito, scuole, ristrutturazione di abitazioni etc.; rinnovamento delle reti idriche ed elettriche e banda larga ad alta velocità; creazione di posti di lavoro di qualità puntando sull’economia della cura, aumentando i salari e promuovendo la sindacalizzazione; rilancio della manifattura e della ricerca e innovazione. Il tutto avendo come faro la lotta al cambiamento climatico e la giustizia sociale.

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Fonte: ISPI

Per finanziare il piano è stato contestualmente lanciato il Made in America Tax Plan, che prevede di rimediare alla riforma fiscale di Trump del 2017 aumentando le tasse alle aziende che hanno ampiamente beneficiato della pandemia e di raccogliere 2500 mld nei prossimi 15 anni. Si tratterebbe del maggior aumento di tasse dal 1942: l’aliquota sulle imprese verrebbe portata dal 21 al 28% (comunque minore dei livelli pre-2017) e quella minima sui profitti internazionali delle filiali statunitensi dal 13 al 21%, mentre si eliminerebbero le preferenze fiscali per i combustibili fossili. Insomma, tassare i ricchi per un sistema tributario più equo, fermando l’offshoring dei profitti e assicurandosi che le grandi aziende paghino la loro giusta parte.

Non posso credere di doverlo dire, ma le grandi multinazionali non dovrebbero pagare meno tasse di un insegnante o di un vigile del fuoco.
Cambieremo questo – e faremo in modo che le multinazionali paghino finalmente la loro giusta quota con il Made in America Tax Plan
.”

No, non è Potere al Popolo a dirlo. Sì, è proprio Sleepy Joe Biden

La prossima settimana Biden si confronterà con Repubblicani e Democratici al Congresso: se da un lato è disposto a trattare sul piano infrastrutturale, dall’altro il progetto necessita comunque di essere finanziato. L’inerzia non è un’opzione per l’amministrazione USA. Anche all’interno del proprio partito vi sono dissapori: due senatori dell’asinello (Manchin e Warner) sarebbero contrari all’aumento delle tasse, mentre da sinistra la rappresentante Ocasio-Cortez e Bernie Sanders ritengono che si possa fare ancora di più, sviluppando un piano robusto per contenere le spinte inflazionistiche e affrontare le limitazioni strutturali dell’economia USA. In un Senato spaccato a metà, Biden deve trovare urgentemente un consenso sul tassare i ricchi. Fuori dal Congresso, Jeff Bezos si è dichiarato favorevole all’aumento delle tasse.

Tassare i ricchi attraverso una tassa globale minima

Come terzo elemento del piano di riforma fiscale, la segretaria del Tesoro Yellen ha proposto una tassa globale minima sulle multinazionali da negoziare nelle sedi multilaterali, affinché le aziende abbiano meno margine di manovra nello spostare i propri profitti nei paradisi fiscali. L’obbiettivo è quello di farla finita con la corsa al ribasso della competizione fiscale tra paesi: Yellen sembra fare sul serio.

“Scegliendo di competere sulle tasse, abbiamo abdicato a competere sulle competenze dei nostri lavoratori e la forza della nostra infrastruttura. È una competizione autolesionista, e né il presidente Biden né io siamo più interessati a parteciparvi. Vogliamo cambiare il gioco.”

Secondo uno scoop del Financial Times, gli USA vogliono far funzionare davvero il loro piano. L’amministrazione USA avrebbe proposto ai più di 100 paesi che stanno negoziando il sistema fiscale internazionale presso l’OCSE di far pagare le tasse alle più grandi aziende del mondo, indipendentemente dal loro settore di attività, in base alle entrate e i profitti maturati in ciascun paese. In cambio, si pensa di mettere da parte la digital tax e di giungere a un accordo sull’aliquota minima globale, pilastro del piano infrastrutturale di Biden.

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Janet Yellen, ex-presidente della Federal Reserve, oggi segretaria del Tesoro dell’amministrazione Biden. Fonte: Repubblica

La proposta vuole sbloccare la situazione di stallo delle lunghe negoziazioni all’OCSE, che vertono da un lato sul nuovo regime internazionale di tassazione delle multinazionali, dall’altro sull’aliquota minima globale. Due filoni strettamente interconnessi. Seppur ben lontano da una revisione radicale del sistema fiscale internazionale, perché non intaccherebbe le disuguaglianze che favoriscono i paesi ricchi rispetto a quelli in via di sviluppo, un accordo in sede OCSE su un’aliquota minima globale sarebbe storico, una potenziale pietra tombale sui paradisi fiscali, o almeno un loro sensibile ridimensionamento.

Secondo Gabriel Zucman, economista esperto in paradisi fiscali, uno standard minimo universale relegherebbe in soffitta le politiche beggar-thy-neighbour (impoverisci il tuo vicino) e permetterebbe di conciliare la globalizzazione con la giustizia fiscale. Allo stesso tempo, i paesi riacquisterebbero sovranità economica, perché non sarebbero più costretti a scendere nell’arena della competizione fiscale al ribasso, potendo scegliere le politiche aziendali e industriali che ritengono più opportune in base alle proprie necessità. Basti pensare che il 40% dei profitti delle grandi multinazionali è nei paradisi fiscali, e che le pratiche di elusione costano solo all’Italia 26 mld all’anno di mancato gettito, di cui 23 “emigrati” verso altri paesi UE, come Irlanda, Olanda e Lussemburgo. Nota a margine: nel 2019 le big tech hanno versato all’erario, in totale, 42 milioni di euro. Meno della metà del valore di mercato di Romelu Lukaku (90), giocatore dell’Inter.

Tassare i ricchi. Il vento sembra essere cambiato: nel Fiscal Monitor del Fondo Monetario Internazionale, che non notoriamente non è certo parte dell’Internazionale Comunista, ha avanzato l’ipotesi per i governi di aumentare le tasse sul reddito e la ricchezza ai più abbienti per pagare gli enormi costi economici e sociali della pandemia. Infatti, secondo l’aggiornamento della classifica Forbes, nell’ultimo anno sono cresciuti i miliardari (+493) e hanno concentrato ancora più ricchezza (+8000 mld di dollari rispetto al totale del 2020). Contestualmente, l’ILO ha stimato che nel 2020 si sono perse l’8,8% delle ore lavorate globali, pari a una perdita dei posti di lavoro per 114 milioni di persone.

Se anche i “khmer rossi” del FMI propongono di tassare i ricchi e chi ha lucrato sulla pandemia, si penserebbe ormai che si tratti davvero di buon senso. Qui in Italia, invece, troviamo ancora rifugio nella bolla liberale: se fino a pochi mesi fa ci si stracciava le vesti contro una modesta patrimoniale, oggi si dibatte circa un contributo “di solidarietà” ai lavoratori dipendenti, “i privilegiati” (sic) della pandemia.

La Bidenomics: un cambio di paradigma

Tassare i ricchi, transizione ecologica, giustizia sociale, occupazione di qualità, investimenti e sviluppo sostenibile: qualcosa sta cambiando nella politica economica USA, ed alcuni stanno già parlando di Bidenomics. È davvero un cambio di paradigma?

L’ultimo paradigma egemone è stato quello del Presidente Reagan, basato su tagli alle tasse, deregulation, tagli al welfare e politiche monetarie restrittive, che ha plasmato la politica economica di entrambi i partiti dagli anni ’80 e la forma mentis della politica statunitense tout-court. Il bersaglio principale di queste teorie è stata l’inefficienza del settore pubblico: «il governo non è la soluzione al nostro problema; il governo è il problema» affermava Reagan nel 1981. Questo modello economico orientato al mercato ha perso terreno nel senso comune, soprattutto dal 2008: l’aumento delle disuguaglianze di reddito e di ricchezza, la lunga stagnazione dei salari e la deindustrializzazione hanno portato più della metà degli statunitensi a pensare per la prima volta in 30 anni che il governo dovrebbe fare di più, secondo un sondaggio Gallup.

La Bidenomics si basa così su tre pilastri: trasferimenti cash, economia della cura al centro della strategia dell’occupazione ed investimenti, pubblici e privati, con il settore pubblico che dirige e orienta attivamente il dove e il come investire. In questo modo si mirerebbe a creare un’economia a doppio binario: un settore dinamico e competitivo internazionalmente basato su ricerca e innovazione (il vero vantaggio competitivo degli USA), e un settore domestico di occupazione di massa e di buona qualità che, grazie al governo e alla tassazione dei ricchi, redistribuisce prosperità.

Le politiche della Bidenomics sono radicate in una solida ricerca economica progressista e focalizzata sugli indiscutibili fallimenti del mercato, condotta da giovani economisti, accademici e attivisti di sinistra ora sparsi nei ranghi intermedi di tutta l’amministrazione USA. L’aspetto curioso è che ben poche di queste nuove voci hanno sostenuto Biden alle primarie. Nella formulazione delle politiche pubbliche, l’ala sinistra del partito democratico sembra aver portato così dalla propria parte alcuni pilastri dell’establishment. Uno su tutti, proprio il moderato Biden.

Niente di rivoluzionario, ma la svolta è considerevole, perché alla base vi è la convinzione che il governo possa essere un motore primario per la crescita, pilastro per un capitalismo democratico. Uno Stato innovatore, come direbbe l’economista Mariana Mazzucato, keynesiano e più equo. Chissà se prima o poi questi venti soffieranno anche da questa parte dell’Atlantico, fino al Mediterraneo.

Augusto Heras

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