Mancini

Provoca una certa ironia il modo in cui certe prospettive riescano ad essere stravolte in un periodo di tempo relativamente breve. Due anni fa annunciavamo la morte del calcio italiano, ora ne viene consacrata la resurrezione. Nel mezzo, tante storie da raccontare. Quando Roberto Mancini si è seduto per la prima volta sulla panchina della Nazionale, la percezione generale era che prima o poi qualcosa di buono sarebbe arrivato. Se non altro perché era praticamente impossibile fare peggio di chi ci eravamo lasciati alle spalle, e cioè un tecnico inadeguato al ruolo, senza uno straccio di idea, ed un organigramma federale totalmente inadeguato (sia in termini formali che a livello di competenze).

Due anni fa il fallimento è stato solo il punto di arrivo di un processo di decadenza iniziato nel 2006 e ritardato solo da quei flash targati Prandelli 2012 e Conte 2016. Dieci anni in cui nessuno è riuscito a prendere consapevolezza di quale strada bisognasse imboccare. Dieci anni in cui non è stato proposto un solo serio progetto di investimento sui giovani o di investimento sugli asset.

L’Italia del calcio era ferma agli anni novanta, e continuava a vivere di rendita: chi aveva il compito di rifondare il movimento ha continuato a ritardare una inevitabile caduta, che quando è arrivata ha provocato danni incredibili. E intanto ci attaccavamo alle realtà che potevano darci conforto: la Juve, mai deludente, la Roma, corsara contro il Barcellona, la straordinaria Atalanta – che un po’ di luce nel suo piccolo ce l’ha fatta vedere – e il Napoli. Ma il dramma della Nazionale era lì, a ricordarci quanto avessimo fallito come insieme, come movimento, come gruppo.

INIZIO TURBOLENTO

È vero che Mancini non poteva fare peggio, e questo forse ha facilitato – in parte – le cose, ma è anche vero che l’ex allenatore dell’Inter si è trovato in mano una poltiglia dalla quale dover tirar fuori subito una magnifica statua. Vallo a risollevare il morale dopo un disastro sportivo come quello “venturiano”: un’impresa titanica. E infatti, non è che il Mancio abbia iniziato subito alla grande.

Immediatamente dopo il (per fortuna) breve interregno Di Biagio – il cui unico merito è stato far esordire Chiesa -, abbiamo vinto contro l’Arabia Saudita (misero 2-1, stendiamo un velo pietoso), siamo stati banchetto per la preparazione al Mondiale dei futuri campioni e abbiamo pareggiato contro l’Olanda (che ha seguito più o meno il nostro stesso percorso). Poi la Nations League: cinque punti in quattro partite, due gol subiti ma solo due messi a segno. Bene ma manco troppo, ecco.

La Nazionale di Mancini, però, era già più solida, frizzante, si muoveva diversamente e, cosa ancora più importante, sperimentava. Sempre. C’erano gli inevitabili punti di riferimento, ma non era incatenata ai dogmi che le erano stati imposti, e tutto era in continuo fermento. Gente nuova, vecchie conoscenze e pure giocatori impensabili: a Coverciano si è visto veramente chiunque in quest’ultimo anno e mezzo.

LA SVOLTA: IL VERO PROGETTO DI MANCINI

E anche quando sembrava che il Mancio avesse toppato, sono arrivate le sorprese. In tutto ci sono stati oltre venti esordi – mica pochi -, generalmente contraddistinti dal fattore età: a prescindere da come andrà a finire la prossima estate, l’ex City verrà ricordato per il capolavoro Zaniolo, convocato nel marzo 2019 quando non aveva ancora una sola presenza in campionato con la Roma. Da quel momento, fin troppo criticato, è stata scritta una nuova magnifica storia.

Prima ancora c’è stato Barella – già convocato da Ventura ma mai sceso in campo -, poi Lazzari, Kean, Mancini, Cristante, Gollini, Bernardeschi – che a torto o a ragione è finalmente diventato imprescindibile -, Biraghi, Tonali, Sensi, Castrovilli, Mandragora, Meret e Orsolini. La maggior parte di questi potrebbe fare ancora l’Under 20, ma serviva qualcuno che si prendesse la responsabilità di spingere il talento su nuovi inediti palcoscenici, di osare, prendersi il rischio. Questo è ciò che è mancato al calcio italiano, uno che sapesse accollarsi la responsabilità di puntare sui giovani senza bruciarli, affiancandoli sapientemente all’esperienza dei veterani.

Mancini ha fatto tutto questo e, con un lavoro capillare e ragionato, ha messo su una bella realtà da andare a sfoggiare ai prossimi Europei. Sì, perché nel 2019, dopo una seconda metà di 2018, per così dire, in rodaggio, l’Italia ha ottenuto solo vittorie. Dieci su dieci, trentatré punti, trentasette gol fatti e quattro subiti. Record nella storia del nostro calcio per vittorie in un anno solare, vittorie in un girone di qualificazione, vittorie consecutive (aggiungiamo anche quella contro gli USA a fine 2018), gol fatti in un girone ed eguagliato il record di gol segnati in una singola partita (nove).

Zaniolo, Mancini
L’esultanza di Zaniolo (simbolo della rinascita dei settori giovanili italiani) doppietta nella gara contro l’Armenia, vinta per 9-1. Per gli Azzurri è stata la seconda vittoria più larga della storia dopo Italia-Stati Uniti del 2 agosto 1948 (9-0). Fonte immagine: SiciliaNews24.

Si è detto tanto della qualità del girone degli Azzurri, ma sono chiacchiere. Ventura mancò la qualificazione al Mondiale giocandosela con Israele, Albania, il sempre presente Liechtenstein, Macedonia e una Svezia mutilata. Quello che ha fatto Mancini è un miracolo sportivo, perché senza mai snaturarsi ha costruito qualcosa di grande e, verosimilmente, duraturo.

MANCINI HA FATTO UN MIRACOLO, MA IL CALCIO ITALIANO È ANCORA MALATO

And now what? Siamo arrivati alla meta? Abbiamo finalmente finito di costruire il modello calcistico cui abbiamo ambito per anni? Per il calcio giocato, almeno, ciò che è stato fatto deve servire a continuare ad alimentare un meccanismo che possa rendere possibile il mantenimento di certi standard qualitativi nel lungo periodo.

Evitare, insomma, ciò che è già accaduto nel post 2006, e cioè cullarsi sul proprio patrimonio sportivo, senza mai investire e rinnovarsi, fino a dissiparlo completamente. L’orto del nostro calcio non è completamente morto, ma d’altra parte anche i prodotti più belli, se non vengono coltivati bene, possono perdersi. Sta tutto lì, nel pollice verde che il nostro movimento deve essere in grado di sviluppare.

Se però usciamo fuori dalla dimensione del campo, lo scenario perde tutte le sue caratteristiche positive. Abbiamo un movimento calcistico in piena rivalutazione, finanche (finalmente) dal punto di vista femminile, ma un contesto socio-culturale non ancora pronto a fare il salto di qualità definitivo.

Viviamo in un contesto sociale di odio viscerale che si riversa anche sullo sport e ci mette nelle condizioni di assistere a spettacoli deprimenti. Dai più “banali” sfottò tra tifoserie, che spesso assumono i connotati di efferate guerre fra bande, alla polemica settimanale sulle controverse decisioni arbitrali, fino ad arrivare alla discriminazione in piena regola, tanto verso le donne – che a detta di qualcuno non dovrebbero giocare a calcio – quanto verso i giocatori di colore.

La concezione di sport come collante sociale e porto sicuro nel quale proteggere quel briciolo di spirito solidaristico si sta lentamente dissolvendo, favorendo il ritorno ad un triste e buio medioevo. In effetti, in un ragionamento complessivo, il problema dei risultati non è mai stato neanche così importante: piuttosto è stato tutto il contorno a determinare una drammatica regressione del movimento. Ciò che avviene sul campo, in un certo senso, è più conseguenza che causa.

Siamo riusciti a curare, forse, la patologia più innocua. Sì, perché l’ecosistema è ancora irrimediabilmente malato: la malattia più grave è ancora ben radicata. Il miracolo sportivo è stato compiuto, certo, ma non esiste un Mancini che possa curare da solo la patologia più grave per il nostro sistema calcistico. Per dirla diversamente, non basta una sola figura positiva, ce ne servono tante: tutto deve partire dalle nostre coscienze, la rivoluzione culturale deve trarre la propria spinta dagli individui. Fino a quando non verrà presa consapevolezza di questa condizione, il calcio italiano continuerà ad essere irrimediabilmente malato.

Fonte immagine in evidenza: Avvenire.it

Vincenzo Marotta

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