Labour Corbyn Brexit
Fonte: Rob Stothard, Getty Image

Per il Labour Party, solo qualche mese fa considerato il partito di centro-sinistra più prestante d’Europa, è crisi nera, anzi “rossa”: la cocente sconfitta del “líder máximo” Jeremy Corbyn alle scorse elezioni generali di un Regno Unito ormai avviato verso la Brexit, ha registrato naturalmente la fine della sua stagione politica (tra accesi dibattiti), mentre quella successiva stenta a prendere forma. Non è ancora chiaro chi possa stringere tra le proprie mani il “grande timone” della sinistra d’oltremanica, né quale direzione riterrà di imprimerle.

Trionfa la Brexit, a Corbyn tocca l’analisi della sconfitta

I numeri sono impietosi: la Sinistra di Corbyn ha perso 60 seggi e l’8% dei voti tra il 2017 e il 2019, perdendo sue roccaforti storiche e conseguendo il minimo storico dal 1935. Ciò che ha compromesso un progetto politico radicale ma ben strutturato (anche da un punto di vista comunicativo), che solo alle precedenti elezioni aveva dimostrato di riscuotere consensi sorprendenti, è stato soprattutto il nodo gordiano di Brexit, che ha contribuito ad esacerbare fatalmente le già presenti fratture interne al Labour, soprattutto sulle ricette economiche ma anche sulla questione, vera o presunta, dell’antisemitismo.

Per riuscire a tenere insieme l’ala liberale dei post-blairiani e la sinistra “socialista”, Corbyn è stato costretto all’equilibrismo riguardo al tema che l’avversario conservatore Boris Johnson aveva già impostato come frame principale della campagna elettorale, proprio Brexit:“Get Brexit Done!”, diretto ed auto-esplicativo.

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Corbyn e Johnson al confronto elettorale della BBC. Fonte: Jeff Overs / BBC via AP

La strategia del Labour si è faticosamente divisa in un targeting esasperato tra circoscrizioni periferiche a maggioranza leave, nelle quali spendere con maggiore enfasi il programma di riforme sociali del manifesto Labour, e centri urbani remain nelle quali mostrarsi più apertamente a favore di una rinegoziazione oppure di una “soft” Brexit. A livello nazionale, Corbyn non ha dunque potuto o voluto imprimere una posizione definitiva su Brexit, tentennando tra un’ipotesi e l’altra per ammiccare ad entrambi gli elettorati. Solo alla fine della campagna elettorale la suggestione di appoggiare un secondo referendum ha preso piede fino ad essere ufficialmente “presa in considerazione”.

Alla celebrazione delle general elections, le contraddizioni in seno al partito sono esplose: simbolicamente il Labour ha perso voti in ogni circoscrizione, riconquistata o persa, a causa dell’ambiguità sul tema principale della campagna elettorale, riflesso involontario di un dilemma di più profondo: la presenza di due anime ideologiche inconciliabili, la cui convivenza è paralisi, piuttosto che sintesi politica.

Al Labour è notte dei lunghi coltelli o Congresso?

Le critiche di commentatori e deputati riconducibili alle fila moderate del partito, da sempre insofferenti alla leadership di Corbyn, non sono tardate ad arrivare, accusando l’ormai incumbent leader di coltivare utopiche visioni socialiste e di essere estraneo ai cardini della politica estera occidentale. Può parlare per tutti l’ex primo ministro del fu New Labour, Tony Blair, che ha bollato come “comica” l’indecisione su Brexit e come “unfit” la leadership dell’MP di Islington North, senza mezzi termini.

Eppure, giova ricordarlo, i blairiani hanno conosciuto sconfitte comunque rovinose nell’ultimo decennio, ad esempio con Ed Miliband: il risultato elettorale del 2015 non è stato infatti troppo dissimile da quello del 2019 (30 seggi in più, ma meno voti).

Soprattutto, la gestione blairiana è colpevole di non aver saputo dare risposta alle questioni sociali delle periferie britanniche, spiegando l’ascesa di leader “più divisivi” come Corbyn e anche di fenomeni come Brexit. L’ex-leader si assume le responsabilità della sconfitta e non replica, ma agisce eloquentemente: serra i ranghi dei fedelissimi, non si dimette e blinda la gestione della fase di “riflessione” della sua successione.

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Corbyn e Blair. Fonte: JUSTIN TALLIS / AFP

Avvertendo tutto il peso di questa esasperata e rumorosa contrapposizione, e quindi sotto la coltre di un clima da “notte dei lunghi coltelli” più che da congresso di partito, il Labour è infatti chiamato a scegliere un nuovo segretario, che sia in grado di proporre una ristrutturazione del partito senza frantumarlo definitivamente, adattata alle sfide politiche che attendono il Regno Unito.

Il profilo dei candidati che sono riusciti a superare le due fasi preliminari alla votazione finale del 4 aprile 2020, racconta, più che il futuro, il passato e il presente del Labour. Il favorito attualmente è Keir Starmer, centrista, pragmatico e aspirante ricucitore delle divisioni interne: tenere unito il partito in uno spazio ideologico ancora poco chiaro, fino a resentare il mero equilibrismo elettorale.

Seconda nei sondaggi è Rebecca Long-Bailey, espressione diretta dell’ala radicale e socialdemocratica vicina a Corbyn e al suo vice McDonnell, e da essi apertamente sostenuta, se riconfermata lascerebbe sostanzialmente immutata la linea politica del predecessore.

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I candidati alla successione di Corbyn, e Philips (seconda da sinistra). Fonte: mosaico-cem.it

Seguono, con una certa distanza, Emily Thornberry e Lisa Nandy, entrambe parte del gabinetto ombra di Corbyn ma disposte a ripensare in senso più moderato il Labour. Jess Philips, riferimento blairiano dei moderati, dopo un inizio della campagna congressuale segnato da performance non esaltanti, si è ritirata dalla corsa, forse in polemica con il partito, ma ufficialmente per tenerlo unito.

Insomma: le divisioni sono quelle endemiche della crisi della Sinistra, e una figura capace di competere con il carisma di Johnson, di gestire la politica della Brexit, e di imprimere una linea unitaria al partito, vera e propria croce della sconfitta del 2019, fatica ad emergere. Il Labour è ormai una rosa con troppe spine.

Il Labour che verrà: «senza nocchiere, in gran tempesta»

In cosa può consistere il rilancio del partito se l’alternanza regolare e la contrapposizione muscolare tra moderati e radicali ha finora mostrato tutta la sua inadeguatezza presso l’elettorato? Al momento nessuno sa cosa fare di questo (prezioso) cimelio chiamato Labour, vegliardo della politica che ha sempre fatto del rinnovamento e del dialogo interno la chiave del proprio adeguamento a diverse circostanze politiche, e quindi della sua rinascita. Oggi il partito-fenice sembra aver esaurito le proverbiali resurrezioni, e ricorda molto da vicino, si chiede venia per il paragone, il Partito Democratico in Italia, soprattutto per rissosità ed insanabili divisioni interne.

Se la cocente sconfitta elettorale di Corbyn può aver insegnato qualcosa, pari merito a tutte le altre, numerose, sconfitte della Sinistra e del Centro-Sinistra in Europa contro il sovranismo e il populismo, questa è senz’altro la scarsa rilevanza elettorale di posizionamenti astratti ed ideologici, drastici in un senso o nell’altro, e dei conseguenti interminabili dibattiti al riguardo. Eppure la trappola nel quale i laburisti sembrano incappati è proprio questa.

Quale futuro per il Labour? Fonte: Jeff J Mitchell / Getty Images

Una leadership che accolga le sfide della contemporaneità riesce a coagulare coalizioni sociali composite, raccolte dal collante comune di proposte e prassi politiche chiare, piuttosto che tenere insieme forze politiche composite, per raffazzonare una base socio-elettorale omogenea. La Sinistra, i Liberali, così come ogni avversatore delle destre identitarie, che vive tra le estremità di queste culture politiche, può sopravvivere solo se abbraccia questo riformismo e questa radicalità.

I candidati chiamati a succedere a Corbyn sembrano tutti più o meno consapevoli della portata cruciale di questa sfida, ma per affrontarla efficacemente dovranno liberarsi degli schemi del passato (soprattutto recente). Probabilmente, né la terza via del blairismo, né il welfare state degli anni 60-70, né il rassicurante “One Nation Labour” del compromesso a tutti i costi, salveranno il partito laburista da una crisi che sembra irreversibile, quando la Brexit è ormai realtà, e il futuro dello stesso Regno di sua maestà è più nebuloso che mai. Da questa tempesta, il “Sol dell’Avvenire” del Labour saprà sorgere ancora?

Luigi Iannone

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