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Fonte: operamundi.uol.com.br

Negazionisti, orgogliosi della propria ignoranza, ancora spavaldi e sbruffoni di fronte a numeri di morti e contagi drammatici: sono i capi di Stato e leader di governo sovranisti di fronte al coronavirus. I prototipi sono i soliti, da est a ovest: Boris Johnson, Jair Bolsonaro e Donald Trump. Le loro ridanciane teorie sull’origine e la diffusione della pandemia hanno fatto il giro del mondo. La retorica sulla “difesa della Patria” è stata annacquata dalla loro oggettiva incapacità nel capire e contenere il contagio. Queste sono le loro storie: una vera tragicommedia, se in ballo non ci fossero la vita e la morte di centinaia di milioni di persone.

Boris Johnson, il re dei sovranisti europei tra “immunità di gregge” e contagi incontrollati

L’aveva predetto, BoJo: il coronavirus è una cosa seria, ma la Gran Bretagna, che è una potenza mondiale appena liberatasi, grazie ai sovranisti, del fastidioso fardello dell’Unione Europea, sa bene come affrontare la pandemia: non facendo assolutamente nulla. Però bisogna rendere merito a Johnson: più di Trump, molto meglio di Bolsonaro, ha avuto subito il polso della situazione, aveva capito tutto fin dall’inizio. Il coronavirus è mortale e spezzerà molte vite, aveva sentenziato. Dovremo farci i conti per parecchio tempo, aveva avvertito. Dobbiamo abituarci a perdere tanti familiari e persone care, aveva ammonito. Il crudo realismo di BoJo.

Nessuno però avrebbe potuto immaginare quali erano i motivi che facevano parlare Johnson in modo così schietto e lapidario. In primo luogo, una solida conoscenza scientifica: lui, piccolo genietto che parla correntemente latino (il leader dei sovranisti britannici è indubbiamente un colto), i compiti a casa li aveva fatti e a marzo aveva sentenziato che era meglio non far nulla perché così, una volta morti tutti quelli che dovevano morire, quelli rimasti avrebbero sviluppato l'”immunità di gregge“. Geniale.

Oltre a dichiarare di condannare a morte senza tutele o precauzioni migliaia di soggetti a rischio (anziani, chi soffre di patologie pregresse, per non parlare delle legioni di immigrati più o meno regolari), BoJo dimostrava al mondo che, com’è normale, di virologia ed epidemiologia non capisce assolutamente nulla, considerato che l’immunità di gregge è concetto ben diverso dalla selezione naturale di stampo simil-ariano che propagandava lui.

Del resto, volendo sorvolare sui beffardi risvolti del destino (come si sa, il buon Johnson si è ammalato lui stesso e per poco non ci rimaneva), i sovranisti britannici hanno dimostrato che si intendono di virologia come della cosa pubblica: la crisi di sovraffollamento degli ospedali, l’impossibilità di concepire misure di contenimento del coronavirus davvero efficaci, le deficienze del sistema di cura dei malati sono costate la vita a tanti. Johnson ci ha fatto una pessima figura davanti a tutto il pianeta. La Gran Bretagna è il Paese più colpito del Vecchio Continente assieme alla Spagna, l’economia è in crisi (non è che prima, a parte Londra, se la passasse benissimo) e ora che darebbe Johnson per potersi accapigliare con gli altri Paesi europei per spartirsi qualche salvagente finanziario!

Bolsonaro e il negazionismo, ovvero come risolvere alla radice il problema delle favelas

Jair, al contrario di BoJo, è uno di quelli che non ci ha mai creduto. È una bufala, andava ripetendo; è un complotto cinese, il coronavirus è tutto inventato! È un pericolo inconsistente. Inconsistente proprio come il welfare e il sistema sanitario del Paese che governa Bolsonaro. Quando i contagi da coronavirus hanno cominciato a moltiplicarsi in Brasile c’è stato poco da fare: a Manaus hanno cominciato subito a scavare le fosse comuni. Nelle favelas delle megalopoli, specialmente a Rio, non si ha un’esatta dimensione del contagio.

Si è cominciato a morire in tanti e Bolsonaro, che da sempre con i poveri e svantaggiati ha il dente avvelenato, a questo punto ha tirato dritto sulla sua linea e ha teso costantemente a minimizzare il problema. Intanto, anche i suoi collaboratori hanno cominciato ad ammalarsi, però non lui. Bolsonaro resiste da solo, hombre vertical pure nella pandemia. Qualcuno potrebbe pensare che uno stregone amazzonico lo abbia beneficiato di un incantesimo, se non fosse che gli indigeni dell’Amazzonia li sta sterminando poco a poco con la deforestazione e le trivellazioni minerarie.

Intanto, grazie ai buoni uffici dei sovranisti brasiliani, i numeri del coronavirus in Brasile rimangono ancora oggi fuori controllo: record di morti (ufficiali), in questi giorni, come in Messico. Nessuna soluzione all’orizzonte. Se Bolsonaro si preoccupasse un po’ più della salute dei suoi cittadini e un po’ meno di quella del capitale, chissà che le cose non potrebbero andare meglio. Ma il capitale, quello no, non si può negare.

Dulcis in fundo, Donald Trump e l’America sovranista

Lui non ha bisogno di presentazioni: fosse per Donald Trump, quel sapientone del Prof. Anthony Fauci verrebbe cacciato a pedate dalla Casa Bianca. Che petulante catastrofista, quell’ometto spocchioso con gli occhiali! E che ci vuole a combattere la pandemia, basta iniettarsi il disinfettante nelle vene: che gli scienziati approfondiscano questa brillante trovata! Ma no, dai, era una battuta (o forse no?). Sarà, ma Donald alla guerra del coronavirus si presenta con una miniera di goffaggine, incompetenza e idiozia applicata alla scienza di governo talmente estesa e profonda, che a elencare tutte le esilaranti uscite degli ultimi due mesi questo articolo durerebbe ancora tre pagine.

Purtroppo, al di là dell’incapacità del loro presidente, anche gli Stati Uniti sono la prova definitiva che l’approccio dei sovranisti al problema della pandemia è totalmente disastroso, sia in termini sanitari che economici. Inoltre, vedendo il consenso che tale approccio, almeno negli USA (in teoria alfiere della democrazia contemporanea), suscita in buona parte dell’opinione pubblica, si definisce bene il fallimento irrimediabile della civiltà occidentale di fronte alla minaccia del coronavirus.

Intendiamoci: qui si getta la croce addosso a Trump, ma se un Trump è al potere in America è perché qualcuno l’ha votato e in autunno potrebbe rivotarlo. Il Prof. Fauci avverte che una ripresa incontrollata delle attività (in realtà, eccetto New York, gli Stati Uniti non si sono mai fermati davvero) potrebbe essere ancora più catastrofica, ma il popolo americano da questo orecchio non ci sente. Non capisce la cautela delle autorità sanitarie o non vuole capirla, perché non accetta – tirando in ballo la Costituzione – le necessarie limitazioni della libertà personale che comporta il lockdown.

Gli americani sovranisti hanno comprato armi e manifestato fucili in mano per il loro legittimo diritto a continuare ad andare da McDonald’s o dal barbiere senza mascherina, hanno approvato le dichiarazioni del loro presidente sulla necessità di alzare i muri col Messico per prevenire che gli immigrati, come dicono loro, continuino a entrare nel Paese e a diffondere il virus.

Intanto, milioni di cittadini sono sprovvisti di assistenza sanitaria; gli irregolari invisibili diventano sì un pericoloso veicolo di trasmissione della pandemia non controllabile né rintracciabile, ma anche perché il sistema repressivo che piace ai sovranisti si rifiuta di includerli in un welfare sanitario minimo. Per Trump e i suoi elettori il nemico è sempre l’altro, e finché c’è un “altro” da accusare, invece che guardare allo specchio le proprie contraddizioni, la retorica sovranista ha vita lunga.

Perché nell’America di Trump il diritto di portare un’arma e di andare al fast food è gerarchicamente superiore a quello alla salute di tutti. Donald, gran consumatore di hamburger, lo sa e continua a tenere il suo caratteristico broncio davanti ai noiosi scienziati, in rappresentanza di tutti i suoi milioni di sostenitori, convinti che si stia facendo il massimo – cioè quasi niente – di fronte all’inevitabile. Roba da far rimpiangere BoJo, che almeno quando parla in latino nessuno lo capisce. E in fondo è meglio così.

Ludovico Maremonti

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Nato a Napoli 29 anni fa, ho conseguito la maturità classica nello storico Liceo "Sannazaro", quindi la laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Attualmente sono dottorando di ricerca in Storia delle Istituzioni presso l'Università "La Sapienza" di Roma. I miei interessi principali sono la geopolitica e il diritto internazionale, ma non dimentico di guardare anche ai problemi (e ai pregi) della mia terra.

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