No, dopo la quarantena non saremo persone migliori
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I buoni propositi, la riscoperta di antichi valori, la natura che rinasce e la distanza forzata che diventa vicinanza comune: illusioni che ci hanno fatto sperare di poter divenire persone migliori dopo la quarantena, dalla quale abbiamo pensato di poter imparare qualcosa. Ma il fatto che l’esperienza della pandemia possa in qualche modo migliorare la nostra società è un effimera e infantile pretesa. Gli unici cambiamenti, alla luce dei fatti attuali, sono solo in peggio.

All’inizio della quarantena abbiamo cantato sui balconi, appeso striscioni recanti la scritta “andrà tutto bene”, abbiamo cercato di sentirci vicini anche se fisicamente lontani e chiusi nelle nostre abitazioni, ma ciò che alla fine abbiamo sperato, e apparentemente dimostrato, si è rivelata una labile illusione.

Levante, intervistata da Micol Sarfatti de Il Corriere della Sera, a proposito del ritorno del suo brano “Andrà tutto bene” dice:  «Lì parlavo di altri pericoli da cui abbiamo bisogno di difenderci dicendo che andrà tutto bene. Oggi siamo nella stessa situazione. Sono contenta sia tornata questa frase, pure quello era un brano complesso, non “furbo”. Per far sì che vada tutto bene dobbiamo migliorare noi: chi vorrà farlo lo farà. All’inizio dell’emergenza mi ero fatta prendere anche io dall’idea ingenua che ne saremmo usciti tutti cambiati, ora no. Poi dire che il Covid ci rende uguali è una porcheria. I fortunati piangono sempre in un altro modo».

La quarantena non ci ha reso persone migliori perché continuiamo imperterriti a vivere in un individualismo estenuante, incapaci di essere uniti in una situazione emergenziale come quella che stiamo vivendo, e l’utopia di divenire persone migliori svanisce rapidamente a ogni appello carico di odio contro Silvia Romano, a ogni insulto contro medici e infermieri trattati come appestati dai vicini di casa perché potenziali portatori del coronavirus.

Non siamo persone migliori perché, dopo la fine della quarantena, con la riapertura delle attività economiche e produttive, la natura e l’ambiente sono di nuovo schiavi e usurpati dalle nostre esigenze. Non siamo persone migliori nemmeno quando ci scagliamo contro il Governo per aver istituito una sanatoria per gli immigrati contro il lavoro illecito e il caporalato (che da sola, messa lì, non è oltretutto una misura sufficiente).  Non lo siamo nemmeno quando, sulla scia delle notizie false che in questo periodo sono dilagate nel web, ci indigniamo per presunti sbarchi di clandestini senza sapere che l’Italia, come la maggior parte dei paesi, vista l’emergenza sanitaria, è stata dichiarata un porto non sicuro; e lasciare uomini, donne e bambini in mare non ci rende certo persone più buone.

Non siamo persone migliori perché riversiamo le nostre frustrazioni sugli altri; il nostro ego smisurato non ci fa vedere oltre il nostro naso tanto e ci impedisce di condannare pienamente un episodio disumano come quello dell’uccisione di George Floyd.

L’illusione di poter essere persone migliori dopo la quarantena è svanita alla prima arringa politica, in stile coro da stadio, perché nemmeno durante una pandemia la nostra classe politica riesce a collaborare per il bene del suo popolo.

Come possiamo pensare di essere persone migliori se, durante la quarantena, è riemerso il fenomeno mai scomparso della violenza domestica? Tante donne vittime di violenza si sono trovate costrette in casa con i loro aguzzini e spesso, per questo, impossibilitate a chiedere aiuto.

Il grande Francesco Guccini, ospite di Un giorno da pecora su Rai Radio 1, ha detto che questa situazione con tutte le conseguenze ad essa legate non ci lascerà nulla e non ci ha insegnato nulla: «dopo il coronavirus non saremo migliori, la storia non insegna niente […].Non credo che dopo l’emergenza saremo migliori, anche dopo l’11 settembre si diceva che sarebbe cambiato tutto ma non è cambiato nulla. Sono abbastanza cinico da questo punto di vista. È nella natura umana il dimenticarsi presto delle tragedie passate per riprendere la vita di sempre».

Non siamo persone migliori nemmeno quando, a suon di complotti e senza rispetto per i 360.000 morti registrati nel mondo, diciamo che il coronavirus è solo una banale influenza; men che mai quando ci facciamo persuadere da fatiscenti teorie sull‘immunità di gregge.

Per questo dobbiamo smetterla di dire che saremo migliori, saremo diversi: la pandemia ci ha certamente cambiati ma, per adesso, non sembra in meglio. Yuval Noah Harari in un articolo pubblicato sul Financial Time sostiene che la crisi globale che stiamo affrontando, con tutte le sue implicazioni, sicuramente passerà «ma le scelte che facciamo ora potrebbero cambiare la nostra vita per gli anni a venire».

Siamo di fronte a un bivio « l’umanità ha bisogno di fare una scelta. Percorreremo la via della disunione o adotteremo il percorso della solidarietà globale? Se scegliamo la disunione, ciò non solo prolungherà la crisi, ma probabilmente porterà a catastrofi ancora peggiori in futuro. Se scegliamo la solidarietà globale, sarà una vittoria non solo contro il coronavirus, ma contro tutte le future epidemie e crisi che potrebbero assalire l’umanità nel 21 ° secolo», prosegue Harari. Per adesso pare proprio che la via scelta sia la prima, ma siamo ancora in tempo a cambiare rotta.

Non siamo certo persone migliori oggi, ma non è detto che non possiamo divenirlo domani.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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