L'eco dell'ego: 10 anni di isolamento nelle proprie idee
Eco e Narciso, John William Waterhouse, 1903. Fonte: wikipedia.org

Quando è stata l’ultima volta che avete davvero cambiato idea? Non con un sottilissimo aggiustamento di sfumatura, non con una tregua dialettica tattica tesa ad evitare lo scontro con l’interlocutore. Nemmeno con un distaccato e anglosassone we agree to disagree. Piuttosto con una vera svolta, di quelle che segnano uno spartiacque nel proprio pensiero e nelle proprie convinzioni. Quando è stata l’ultima volta che le argomentazioni di qualcun altro hanno fatto breccia nelle vostre certezze? Quante volte negli ultimi dieci anni per esempio, ovvero dalla data di fondazione del quotidiano online che state leggendo? Se rispondete con sincerità, ammetterete che questa ormai quasi esotica sensazione, insieme fastidiosa ed euforizzante, ha ormai un’eco lontana. 

Un’eco appunto. Quello che immaginiamo come semplice fenomeno acustico, un riverbero in una valle lontana, un rimbombo fra pareti, ha da tempo sconfinato nel sociale e nel mediale. La politologia associa questa condizione alla locuzione “camera dell’eco“, una definizione ormai entrata a pieno titolo anche nel lessico comune. Si tratta di spazi fisici, virtuali o psicologici in cui siamo esposti quasi esclusivamente a punti di vista già consoni a noi stessi. In cui ogni nostra convinzione rimbalza e torna indietro, amplificata, pronta per essere riaffermata.

Così matura in noi la granitica convinzione che non cambiare idea sia del tutto normale e auspicabile. Addirittura, che è sempre stato così. Che si tratta di una verità ineluttabile e che cambiare idea indichi debolezza e fragilità.

Gli ultimi dieci anni, che sono, per intenderci, quelli cominciati con Brexit e con la prima vittoria elettorale del trumpismo, sono stati segnati soprattutto dal crescente isolamento individuale e collettivo, dalla polarizzazione e dall’incomunicabilità. Insomma, dall’assolutismo dell’ego. Un ego che diventa eco e pretende da solo di essere arbitro della verità, che non esercita il dubbio, che non tollera l’altro da sé. Un ego che è pietra fondativa di una nuova declinazione dell’individualismo interpretato e capitalizzato da una nuova e spregiudicata classe politica. Un’internazionale che guarda al dissenso come a un nemico da annientare o neutralizzare. Ma andiamo con ordine.

L’Italia atarassica, ancora guelfa e ghibellina

L’indisponibilità a mutare la propria opinione ed anche solo ad ascoltare quelle degli altri è appunto un fatto pubblico e politico di primaria rilevanza. Facciamo l’esempio della litigiosissima e guicciardiniana Italia.

Dal 2016 al 2025 le intenzioni di voto sono sostanzialmente cambiate pochissimo, in un Paese che è sì la patria storica dei guelfi e dei ghibellini ma che fino ad un lustro addietro era considerato tra i più instabili d’Europa. Mutamenti così lievi nell’adesioni a partiti e movimenti non si riscontravano dai tempi della guerra fredda, e quindi dai tempi della rigidità delle ideologie e dei blocchi contrapposti.

Lo storico dei sondaggi sulle intenzioni di voto di istituti demoscopici come Euromedia Research e SWG segnalano che i consensi di tutti i principali partiti sono rimasti sostanzialmente stabili, soprattutto dal 2019 in poi. In questo periodo le forze partitiche hanno registrato flessioni marginali: travasi di voti interni alla coalizione di destra, e una contenuta emorragia dei consensi del Movimento 5 Stelle. La pax meloniana, nel frattempo, perdura quasi indisturbata in una lunghissima e insolita luna di miele.

Sembra che nulla possa scalfire questi equilibri di forza ormai consolidati. L’elettorato italiano è scarsamente reattivo a eventi politici che di norma sarebbero stati dirimenti, come le campagne referendarie, scandali giudiziari o casi mediatici.

Ai dati sulla rigidità delle opinioni, non casualmente, si accompagnano livelli di partecipazione sempre più bassi. Diamo per scontato l’ormai consolidato fenomeno dell’astensionismo, ormai stabilmente vicino al 40% anche alle ultime elezioni nazionali del 2022. Ma non è il solo elemento a destare preoccupazione. Risale al 1948 la fortunata e caustica e proverbiale affermazione di Pietro Nenni, «piazze piene urne vuote»: oggi, secondo l’ISTAT, la percentuale della cittadinanza che partecipa a comizi o cortei, un tempo indicatori tangibili di partecipazione, sono crollate. Nel 2024 solo il 2,5% degli italiani di 14 anni e più ha partecipato a un comizio, il 3,3% a un corteo.

Secondo il Rapporto Italia 2025 di Eurispes la fiducia nei partiti politici è negli ultimi dieci anni è calata progressivamente fino al 21%, mentre l’indagine dell’Edelman Trust Barometer nello stesso anno rivela che meno di un italiano su tre ha fiducia nei professionisti dell’informazione e nei giornalisti. Bisognerebbe anche capire quali giornalisti hanno guadagnato la fiducia di quell’italiano su tre e attraverso quale scorciatoia mediatica, ma questa è un’altra storia. O meglio una parentesi troppo grande per essere aperta.

Ad ogni modo, i livelli di sfiducia nel giornalismo critico non sono fattori da sottovalutare. Perché, piaccia o non piaccia, il giornalista è l’alfiere della libera opinione: se il giornalismo è una conversazione, così come lo definiva il pioniere del giornalismo partecipativo Dan Gillmor, e se la fiducia nei conversatori per eccellenza è ai minimi storici, possiamo ancora parlare di giornalismo? E possiamo ancora parlare di dibattito libero e democratico?

L’eco dell’algoritmo

La scarsissima partecipazione ai rituali e ai modi di partecipazione classici della politica e la scarsa fiducia nei media tradizionali discendono non tanto da una minore adesione a schemi di pensiero predefiniti e quindi ad una maggiore autonomia di pensiero, quanto piuttosto sono attribuibili alla polarizzazione crescente delle opinioni nei discorsi pubblici, che limitano la ricezione di voci esterne alla propria. Questo fenomeno si riscontra con nitore analizzando le dinamiche della principale arena contemporanea dello scontro politico, ovvero i social media. 

Mentre il ruolo di agenda-setters del dibattito politico rivestito da medium cartaceo e televisivo attraverso i suoi saperi esperti ridimensionava il proprio ruolo, le piattaforme social si affermavano come spazi di comunicazione caratterizzati da coinvolgimento diretto e apparentemente disintermediato. Invece, proprio attraverso le logiche dei social, nuovi opinion leader si sono fatti strada indirizzando e controllando le metaforiche pianure della discussione pubblica. 

Questo perché il mezzo social genera di per sé una sorta di disuguaglianza epistemica strutturale: con l’abbondanza e l’ubiquità delle opinioni, non tutti gli attori vengono ascoltati e in messaggi più popolari vengono riprodotti in un’eco costante. A rafforzare questo schema implicito è intervenuto anche un fattore tecnologico esplicito ancor più determinante: l’algoritmo.

Un algoritmo social è un sistema che, grossomodo a partire dal 2010-2012, regola automaticamente quali contenuti mostrare a un utente sui social media e in quale ordine. Un fattore essenziale per personalizzare l’esperienza secondo i desiderata di chi fruisce delle piattaforme, uno strumento per tenere l’utente attivo più a lungo possibile e quindi aumentare il valore degli annunci pubblicitari che hanno preso a popolare i social nella seconda fase della loro esistenza. L’algoritmo analizza ciò che l’utente guarda, i suoi interessi e la popolarità dei contenuti e ne propone prioritariamente altri simili. Per quanto riguarda la politica e le opinione, parafrasando di nuovo Gillmor, il dibattito pubblico è così diventato una conversazione tra persone che sono già d’accordo.

Divenuto sempre più pervicace negli anni, l’algoritmo funziona proprio allo stesso modo dell’eco. La sua prima vittima è stata dunque il pluralismo del giornalismo libero e indipendente. Il conflitto, invece, ha prosperato. E non è una contraddizione. Affievolitosi il ruolo dei “watchdogs della conversazione pubblica” (sì, i giornalisti), quelli che nel Novecento erano i leader carismatici e populisti delle folle si sono potuti evolvere quasi indisturbati, ricomprendendo le nuove tecnologie digitali nella propria strategia di dominio con l’obiettivo manifesto di rendere sottile e invisibile la propria eterodirezione. Sono diventati influencer politici in grado di controllare le forme di legittimazione e indirizzare il dibattito in modi prima impossibili da immaginare.

Il passaggio da media tradizionali a social algoritmici ha quindi gradualmente trasformato la democrazia deliberativa, fondata sull’idea che il pubblico dibattito possa sanare le differenze, portandola verso un modello agonistico in cui la polarizzazione non è accidente, ma raffinato strumento per rafforzare in senso acritico il consenso.

Ribadiamolo, tutto ciò non è avvenuto per caso. E il determinismo tecnologico non è la sola chiave interpretativa di questo fenomeno. Un movimento politico spontaneo, oggi transnazionale ma nato in America più di una decade addietro, si è mosso in anticipo, animato da fervore ideologico e grande lucidità, per sfruttare appieno il passaggio da informazione mediata a informazione disintermediata.

L’emotività al servizio della nuova destra

La diffusione dei social media e delle loro logiche, appunto disintermediate ma soggette al sistema dell’algoritmo, e lo spostamento (più) a sinistra del discorso pubblico negli Stati Uniti a partire dalla Presidenza Obama hanno offerto ai conservatori, in un primo momento smarriti dal nuovo paradigma comunicativo, il contesto ideale per organizzare la loro poderosa controffensiva mediatica.

A partire da movimenti politici come il Tea Party, i pulviscoli dell’estrema destra ha cercato di ricompattarsi e di costruirsi una rinnovata egemonia sui nuovi media, che più che canali di informazione sono invece strumenti di mobilitazione emotiva. Piattaforme come Instagram, X (il fu Twitter) e poi TikTok sono state sfruttate per diffondere messaggi brevi, virali, capaci di attivare la rabbia e consolidare identità tribali.

La destra radicale, generosamente finanziata dapprima da influenti ambienti conservatori e cristiano-evangelici e recentemente anche dai giganti della Silicon Valley, che proprio grazie alla tecnologie digitali si sono grandemente arricchiti, ha potuto mettere in piedi una macchina di disinformazione e propaganda politica spontaneamente amplificata dall’eco degli algoritmi.

Immigrazione, declino culturale ed economico o perdita di identità: narrazioni emotive e coinvolgenti, affini alle ideologie conservatrici e funzionali a polarizzare e irrigidire il dibattito pubblico su posizioni estreme.

Un applicazione magistrale del concetto gramsciano di egemonia, dove ogni tematica viene ricondotta alla radice politica e polarizzante. Qualsiasi argomento, finanche l’etnia di una principessa negli adattamenti live action Disney, è stato carburante per una contrapposizione continua e senza quartiere, per un vero e proprio conflitto civilizzazionale che ha permeato gli spazi digitali dei social media.

Inutile dirlo: il modello dell’estrema destra hightech è stato esportato con comprovato successo anche nel vecchio continente, dove a paure vere o presunte della cittadinanza si sono aggiunte quelle costruite ad arte dalla propaganda filo-russa e poi filo-trumpiana delle destre estreme, prima di opposizione e oggi anche di governo. Tutte sono accomunate dal fastidio manifesto e sbandierato per il cosiddetto “politicamente corretto” e per la stampa.

Folle e sciami

La spregiudicatezza dell’internazionale neoconservatrice, che frequenta i media accuratamente, senza mai mettersi in discussione e senza rapportarsi dialetticamente con i corpi intermedi dell’informazione non confacenti al loro disegno politico, rievoca gli scenari tracciati da pensatori della Scuola di Francoforte quali Max Horkheimer e Theodor Adorno agli albori della società di massa: gruppi sociali, privati della propria capacità critica attraverso strumenti di manipolazione, diventano un organismo unico, suggestionabile e controllabile. Il capitalismo dell’era post-industriale è riuscito sia ad avverare che a disattendere questa “apocalittica” previsione.

Proprio nel 2015, dieci anni fa, il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han nel saggio Nello sciame: visioni del digitale, descriveva le aggregazioni sociali contemporanee in Occidente come assetti che non assumono la fisionomia di folle imbrigliate dai totalitarismi novecenteschi. Alle folle si sarebbero sostituiti gli sciami digitali, che non si percepiscono come masse oggetto di coercizione e fagocitosi delle proprie libertà individuali, bensì come individui informati e padroni del proprio destino.

Invece, certezze e informazioni sono filtrate e dirette dall’alto, in modo praticamente irriconoscibile, da “algoritmi” stagnanti che espongono gli utenti dei social media solo e unicamente a contenuti che confermano certezze e convinzioni preesistenti attraverso un meccanismo perverso di conferma, gratificazione e appartenenza simile a quello delle api in un alveare. Il risultato è un individualismo di massa per cui chiunque può e vuole esprimere la propria opinione su qualsivoglia tematica, ma laddove nessuno ascolta i punti di vista altrui.

Opinioni forti ma preconfezionate, perché diventa impossibile coltivare dubbi costruttivi. La scommessa è chiara: un esercito di monadi impermeabili agli altri si coagulano abbastanza presto in funzione degli autoritarismi, che oggi promettono stabilità e conferme simili a quelle degli algoritmi. Questo modello politico-sociale-identitario prolifera e si diffonde in tutto il mondo, e non solo in Occidente.

Libero Pensiero a chi?

Non è un caso che la nostra Presidente del Consiglio, esponente di spicco della nuova destra, con i giornalisti praticamente non ci parli. E nemmeno che si lasci sfuggire in un fuorionda con il Presidente Trump che la stampa italiana sia una seccatura da evitare e che sia preferibile non rispondere alle loro domande. Non è un caso che risponda solo alle domande di opinion leader e cronisti accondiscendenti, accuratamente selezionati. Non è un caso che assurga come modello di libertà di espressione i neoconservatori americani e gli “illiberali” europei. La libertà d’espressione è mia e la gestisco io, parafrasando un vecchio adagio femminista.

La libertà d’espressione, invece, non è semplicemente aprire la bocca e dargli fiato, privi di inibizioni. La libertà d’espressione è il superamento dell’ego per costruire l’io attraverso il noi. Il punto di vista altrui è costitutivo dell’identità e l’individuo si realizza solamente in dialogo, in confronto, in apertura. La sua mortificazione, e la mortificazione di chi lo interpreta nel mondo del giornalismo e fuori, rappresenta la fine del nostro concetto di vivere civile.

Sinteticamente, il disegno della nuova destra mondiale è proprio questo: egemonizzare il dibattito pubblico esacerbando il conflitto e costringere gli avversari politici a contrastarli sullo stesso terreno, per alimentare nuovo conflitto e rafforzare così la propria egemonia. Senza scrupoli e cedimenti, ma soprattutto senza coerenza e rispetto per chi è percepito come nemico di questa visione.

Un parallelismo abbastanza lineare: quasi dieci anni fa, alla vigilia del referendum di Brexit Jo Cox veniva brutalmente assassinata da un fanatico pro-leave. Il mese scorso, il giovane opinionista conservatore Charlie Kirk, beatificato dall’internazionale di destra, è stato eliminato con altrettanta sconcertante violenza dal ventiduenne Tyler Robinson, mosso da motivazioni ancora poco chiare. Oggi quella stessa destra che a Joe Cox dedicò poche righe, accusa la controparte di non essere sufficientemente contrita per la pure inaccettabile e ingiustificabile scomparsa del volto di Turning Point USA.

Ci troviamo di fronte ad un artato e insopportabile paradosso. Perché proprio chi ha contribuito significativamente alla radicalizzazione del clima mediatico sfociato nell’ingombrante ritorno della violenza politica, chi considera le istituzioni come un’emanazione della propria fazione politica, chi ha investito nell’incomunicabilità e nella contrapposizione senza appello, rimprovera gli avversari di non commuoversi abbastanza per la tragica scomparsa di uomo che in vita ha scientemente spalancati quei solchi di insanabili divisioni. Gianni Cuperlo docet.

Nessuna lacrima o appello potrà mai essere abbastanza: per elevare alla potenza il clima di contrapposizione da cui traggono linfa vitale politica estorcono e distorcono la loro verità con ogni mezzo. Ne creano di nuova. E così sono la sinistra e il clima d’odio che la sinistra avrebbe instaurato ad essere “mandanti morali” della morte di Kirk. Senza alcun nesso causale, naturalmente.

Eppure, in questa narrazione possiamo sorprendentemente trovare una verità. Scavando a fondo, riconosceremmo che forse in questo famigerato clima d’odio siamo tutti completamente immersi, anche noialtri. Proprio noi che, immagino, siamo fieramente repulsi da questa destra. «Charlie non odiava i suoi oppositori, io li odio e non gli auguro il meglio», così parlò Donald Trump durante la commemorazione per l’attivista assassinato. Parole barbariche, vergognose e incendiarie, che segnano il punto più basso per la civiltà democratica e l’acme della conflittualità politica.

Ma non mentiamo a noi stessi, spesso ci troviamo a proferire simili amenità e a provare simili sentimenti: bisbigliamo le stesse bestialità, più o meno esternate o più o meno sottaciute. Ci raccontiamo che alla fine “un po’ lui se l’è cercata”. Insomma, ci auguriamo il peggio per ciascuno di loro. Anche noi ci trasfiguriamo in mostri dell’eco e così facendo cadiamo nella loro trappola. Suggelliamo la loro vittoria morale, ma che dico, il loro trionfo.

Le regole sono quelle che ci hanno imposto e ciascuno di noi riveste il nostro ruolo nella rissa mediatica. Anche questo è algoritmo. Questa è la loro narrazione, quella delle reazioni emotive, e tutti ne siamo ormai inestricabilmente parte.

Dimostrami che sbaglio

Il format Prove me wrong è stato uno dei contributi più rilevanti dell’abile comunicatore Charlie Kirk al mondo dell’informazione, nonché uno specchio fedele dei suoi attuali meccanismi di funzionamento: si traduce letteralmente con “dimostrami che sbaglio”, come se qualcuno avesse aprioristicamente accesso alla verità e all’interlocutore stesse semplicemente l’onere, quasi l’onore, di sconfessarlo. Ovviamente invano.

In questo modello iper-performativo tipico di una certa cultura statunitense, l’interlocutore non ha nulla di positivo da restituirci, nulla che possa potenzialmente arricchirci. È un avversario esistenziale. La parola e le idee sono incivili strumenti di sopraffazione, bocche da fuoco attraverso cui crivellare di colpi il malcapitato dall’altra parte del guado o un’arma bianca da sguainare per tagliare metaforicamente le gole e recidere le voci di chi a noi si contrappone. Un’arma non per interpellare l’altro, bensì destituire di legittimità chi non fa parte della propria visione del mondo. Un altro paradosso, insomma: parlare per mettere a tacere.

Per tornare alle domande iniziali, lasciatemi precisare che questo non è un sermone o un exemplum medievale, e che chi scrive non è un buon predicatore. Un argonauta dell’algoritmo come tanti, che cambia idea altrettanto poco spesso e che si trasfigura in mostro dell’eco altrettante volte. Che non ne può più di punti di vista altrui che ritiene grotteschi, insostenibili e inaccettabili, che ha imparato ad odiare il proprio avversario esattamente nel modo in cui voleva il proprio avversario. Che vorrebbe semplicemente non ascoltarlo, cancellarlo, metterlo a tacere.

Ma lasciatemi precisare anche che, da qualche parte e magari con il contributo di qualcun altro, gli spazi per coltivare il dubbio possono ancora esistere. Perché no, non è sempre stato così. Il dubbio è esistito e dunque potrà tornare ad essere praticato e ad esistere anche in questo contesto mutato e asfittico.

Mi riferisco al dubbio di Enrico Berlinguer, come efficacemente rappresentato in questo stralcio di intervista alla giornalista e scrittrice Oriana Fallaci per il Corriere della Sera nel lontano 1980. Una scelta non casuale, per disparati motivi. Su tutti uno: i fatti risalgono a tempi ormai sfumati dove ci si metteva in discussione e si rispondeva alle domande dei giornalisti, anche non allineati, a beneficio della libera formazione delle idee e delle opinioni e non del proprio eco-ego personale. E nemmeno allora era cosa semplice farlo, con l’ingombro delle ideologie e il peso di una storia politica che aveva ispirato milioni di persone.

«Onorevole Berlinguer, non ricordo dove Karl Marx ha scritto che la più alta virtù dell’uomo è il dubbio. Ma il dubbio non la sfiora mai?»

«Certamente. Il dubbio nel senso del pensiero moderno, occidentale, critico, che incominciò nel Cinquecento con Galileo e Bacone. Il dubbio che bisogna avere per sottoporre a verifica continua le proprie convinzioni. Bisogna sempre ragionare col dubbio. Ma il dubbio che mi possa condurre a non essere più comunista, quello no. Finora non mi ha mai colto e io spero che non mi colga mai».

«Certo, se questo fosse avvenuto o stesse per avvenire, non lo direbbe a me».

«Ma lo direi a me stesso».

Ad averceli avuti alfieri del dubbio come questi negli ultimi dieci anni, e in ben più di dieci anni. Perché l’atto d’amore più grande nei confronti delle proprie idee è metterle in discussione o, se volete, di metterle in conversazione.

Luigi Iannone

Luigi Iannone
Classe '93, salernitano, cittadino del mondo. Laureato in "Scienze Politiche e Relazioni Internazionali" e "Comunicazione Pubblica, Sociale e Politica". Ateo, idealista e comunista convinto, da quando riesca a ricordare. Appassionato di politica e attualità, culture straniere, gastronomia, cinema, videogames, serie TV e musica. Curioso fino al midollo e quindi, naturalmente, tuttologo prestato alla scrittura.

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