Beirut, dopo l’esplosione il Medio Oriente resta una polveriera
Credits: SkyTg24

«In Libano si continua a scavare e a piangere i morti. E col passare delle ore prende forma l’ipotesi che a causare la devastante esplosione al porto di Beirut siano state negligenza e incuria, in un paese sempre più avvitato nelle sue tante crisi». Come dare torto ad Alessia de Luca, che parla per l’Ispi della situazione a Beirut dopo l’esplosione che lo scorso 4 agosto ha devastato la capitale libanese.

Quel giorno delle violente esplosioni hanno squarciato il silenzio di Beirut, lasciando solo macerie e morti. Il bilancio della Croce Rossa ha parlato di 135 morti, almeno 5.000 feriti e oltre 300.000 sfollati. Secondo fonti locali l’esplosione sarebbe stata causata da un incendio, divampato durante i lavori di saldatura che si stavano svolgendo in un magazzino contenente nitrato di ammonio. Vicino si trovava un deposito di fuochi d’artificio, elemento che ha sollevato leciti interrogativi sulla cattiva gestione della sicurezza e sulle responsabilità della dirigenza amministrativa.

A quasi due mesi dalla drammatica esplosione, a Beirut si cerca di fronteggiare la scarsità di generi alimentari e i problemi sanitari. Il coronavirus adesso rappresenta un pericolo ulteriore, poiché molti ospedali sono danneggiati e gli altri al collasso. Nei giorni successivi all’esplosione decine di manifestanti hanno sfilato al porto di Beirut, commemorando i morti. Intanto, le ricostruzioni avvalorano la tesi della negligenza e dell’incuria sulla gestione del magazzino, nonostante i molti appelli per lo smaltimento del nitrato di ammonio che, evidentemente, non furono mai ascoltati.

Per questo altre manifestazioni hanno avuto luogo contro il governo libanese, ritenuto responsabile delle esplosioni. Ciò sembrerebbe avvalorato dalle dimissioni che Hassan Diab, primo ministro del governo di Beirut, ha rassegnato lo scorso 10 agosto, accettate anche dal presidente Michel Aoun. Il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Libano, Jan Kubis, ha sottolineato l’importanza di ricostruire un nuovo esecutivo velocemente, che sia in grado di rispecchiare e agire per il popolo libanese e sia pronto a fronteggiare le sfide che Beirut si trova, inevitabilmente, a dover sostenere.

L’esplosione al porto di Beirut scuote un paese già alla deriva, investito da una profonda crisi economica, sociale e politica che è da tempo sotto gli occhi di tutti: debito pubblico e tasso di inflazione elevati, disoccupazione, frequenti interruzioni di elettricità, fragili equilibri nello scacchiere mediorientale già incrinati dalla pandemia.

E proprio nel difficile contesto del Medio Oriente si inserisce il patto di «normalizzazione dei rapporti» tra Israele ed Emirati Arabi, come ha annunciato Donald Trump giovedì 13 agosto. Di fatto per la prima volta un paese arabo avrà relazioni diplomatiche ufficiali con Israele. Nel comunicato di Trump si legge che «Israele cesserà la sua dichiarazione di sovranità sulle aree delineate nel piano Vision for Peace e si concentrerà nell’espandere i suoi legami con altri paesi del mondo arabo e musulmano».

“Vision for Peace” è il piano di pace ideato nel 2017 e presentato formalmente dall’amministrazione Trump, in accordo con il primo ministro Benjamin Netanyahu, atto a risolvere il conflitto arabo-israeliano. Sia la parte economica che quella politica del piano sono molto sbilanciate a favore di Israele, che concede ai palestinesi solo piccole fette di Cisgiordania. Un miraggio di prosperità che vedrebbe i palestinesi ancora prigionieri in un paese ostile. Sono infatti pochi i territori che Israele non rivendicherà, poiché le principali aree le erano già state assegnate.

Certamente si tratta di un evento di grande portata, perché non era mai successo prima che un paese arabo riconoscesse ufficialmente Israele. Per questo è stato accolto con entusiasmo da molti politici e osservatori che lo vedono come una svolta fondamentale per il futuro dello scacchiere mediorientale, e come una grande vittoria di Netanyahu; altrettanti però lo interpretano come la formalizzazione di qualcosa già in atto, nel contesto dei rapporti già poco segreti tra Israele e gli Emirati Arabi.

Chiaramente non si tratta di un’opportunità costruita in una notte: le basi su cui si è consolidata esistevano già da tempo, proprio attraverso quelle relazioni non ufficiali tra Israele e gli Emirati palesatesi anche e soprattutto durante la pandemia, quando il Mossad aveva concesso il via libera all’acquisto di materiale medico per trattare la COVID-19, come mascherine e ventilatori, proprio dagli Emirati.Appare evidente che l’accordo di per sé non cambierà molto la situazione attuale; ciò che però potrebbe essere davvero rilevante sono le reazioni e le decisioni che gli altri paesi del Medio Oriente potrebbero assumere nei confronti di Israele, decidendo di allinearsi (o meno) alla scelta del governo degli Emirati.

«Israele e gli Emirati Arabi Uniti erano come due amanti che si rincorrevano da tempo, ma non osavano mostrare in pubblico i loro sentimenti», dice Julie Kebbi su Internazionale. Ed è proprio questa l’impressione che si può avere, anche se permane qualche dubbio: sarà davvero un grande passo avanti come annunciato da Trump? Di certo arriva con un tempismo perfetto, anzi quasi sospetto, sia per l’inquilino della Casa Bianca che potrà così vantarsi della sua politica estera nella regione, sia per Netanyahu ingarbugliato in questioni giudiziarie e sempre più criticato dalla popolazione per via delle accuse di corruzione e per la mala gestione dell’emergenza da coronavirus.

Nel frattempo in Libano non sono mancate le visite dei premier europei: Macron in meno di un mese si è recato nel paese per ben due volte, il 6 agosto e il primo settembre, con lo scopo di fare pressioni sulle autorità libanesi per far si che le riforme necessarie a non far collassare l’economia vengano portate avanti, nonostante la situazione molto delicata e drammatica. Anche Giuseppe Conte ha fatto visita al paese, per confermare, come lui stesso ha detto, la solidarietà italiana verso il Libano ed il rispetto della sovranità di un paese amico.

Sono però ancora incerte le sorti effettive del paese, che con le dimissioni in blocco dell’esecutivo di Diab, dopo un primo momento di stallo si è trovato a dover designare un governo tecnico. Mustapha Adib è infatti il premier incaricato lo scorso 31 agosto dal Presidente Michael Aoun, con cui il Libano proverà a ripartire. Adib non è una figura politica, ma ha un importante profilo tecnico che lo vedeva, prima della nomina a guida dell’esecutivo del paese, come ambasciatore libanese in Germania.

«In queste difficili circostanze che il nostro Paese sta attraversando, non c’è tempo per discorsi, promesse e desideri, ma piuttosto è tempo di lavorare per amore della nostra nazione perché siamo molto preoccupati per tutti i libanesi», ha affermato il nuovo premier, che intende riportare il paese sulla retta via. Adib si trova certamente ad affrontare una situazione tragica, che vede il Libano sull’orlo del collasso, e non senza le pressioni di una comunità internazionale con precisi interessi geopolitici che osserva con interesse le vicende del paese.

Lo scorso 10 settembre è tornata la paura a Beirut, con un nuovo incendio sempre nella zona del porto. Per fortuna non c’è stata una deflagrazione, ma la memoria ancora sconvolta delle esplosioni di agosto ha fatto tremare il paese. L’incendio è divampato da un deposito di gomme e oli, che ha sollevato in cielo una colonna di fumo nero poco prima delle 12.00. Non resta altro che aspettare e osservare i prossimi snodi geopolitici, con l’unica e stabile certezza che nel frattempo il Medio Oriente resta una polveriera.

Martina Guadalti

Martina Guadalti
Martina Guadalti, 25 anni, nata e cresciuta in un piccolo paesino della Maremma toscana: Magliano. Studentessa magistrale di Scienze Politiche presso l'università di Siena. Appassionata di storia e relazioni internazionali, si è laureata a Firenze presso la facoltà di scienze politiche "Cesare Alfieri" con una tesi sul Vietnam. Ama leggere e scrivere, viaggiare e conoscere, perché solo così si riesce a capire e sapere la verità. Collabora già con alcuni giornali locali, quali Maremma Magazine e Antiche Dogane, ma anche testate online quali Africa rivista, Geopolitica e Instoria.

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