Tradiscono i decenni

Se proprio devo scegliere un momento cruciale nell’ultimo decennio, uno fra tutti, non posso fare a meno di pensare al 19 gennaio 2017: l’ultimo giorno di Barack Obama alla Casa Bianca. La fine di quel mandato, con il successivo insediamento di Donald Trump, ha certificato in modo inequivocabile la deriva accelerazionista verso la catastrofe. Non si tratta di un giudizio politico, ma se vogliamo universale: il fallimento del sogno obamiano è stato, in un certo senso, il cedimento di un argine, il lasciapassare per la conquista reazionaria del potere, l’asservimento a nuove logiche di individualismo assolutista; un balzo all’indietro nella storia e in avanti verso la fine della stessa.

Potrei citare ben di peggio, ne sono consapevole. Eppure scelgo quel momento come emblema e monito totemico: se durante il primo decennio del duemila abbiamo assistito allo sgretolamento delle fondamenta della società come la intendevamo, tra crisi terroristiche ed economiche, il decennio appena trascorso ha proseguito quella discesa senza freni verso gli inferi. La presidenza di Obama, alimentata dalle speranze di una politica dal volto più umano, di una dialettica sana, ha invece costruito l’incubo nel sogno: come una gramigna infestante, la vendetta, il rancore e la violenza hanno soppiantato quella visione, agitati a mo’ di vessillo dall’estrema destra che tornava dominante. 

Dai deliri di Trump a quelli di Milei, di Bolsonaro, di Netanyahu e dei suoi sodali sparsi in giro per il mondo – fra cui non citerò l’insignificante omologo italiano – le forze reazionarie hanno saputo imporre una narrazione rovesciata della realtà, in cui l’ignoranza si sostituisce all’erudizione, il complottismo e il negazionismo alla ricerca scientifica, le fake news all’informazione, le spese militari al welfare, l’odio alla solidarietà. E poi c’è gente che fa soldi vaneggiando di mondi al contrario

Eccola, la controcultura del nuovo fascismo che ha irrimediabilmente avvelenato i pozzi della democrazia. Anni di piagnistei e di “non si può più dire niente”, per poi bandire e censurare i personaggi scomodi o dissonanti. Lamentele pietose contro il woke e il politically correct, per poi perseguitare e discriminare le minoranze. Appelli nauseabondi alla libertà di espressione che in realtà celavano nient’altro che la libertà di odiare, di mentire, di violentare, di uccidere. E giù scroscianti applausi. 

Eccolo, il decennio che abbiamo raccontato. Un decennio di Idiocracy, proprio come nel film di Mike Judge; ma non solo, ci mancherebbe. 

Quello appena trascorso è stato anche il decennio dell’Accordo di Parigi, che proprio nel 2015 fu pallido barlume di speranza nel contrasto alla crisi climatica. Neanche a dirlo, di quella velleità resta poco più di un’ombra, con il determinante contributo del clown arancione e della miope incompetenza dell’Unione Europea. Allo sfacciato negazionismo del presidente USA ha fatto da contraltare la debolezza UE, incapace di imporre un’agenda politica pragmatica e coerente. Dai pannelli solari alle auto elettriche, l’Europa ha imposto soluzioni-spot senza affrontare le cause sistemiche e infrastrutturali del problema: e come da prassi, la frammentazione ha causato incertezza, instabilità, confusione. Oggi, il Green Deal sembra destinato a un abbandono mascherato da rinvio, e persino Greta Thunberg sembra essersi dedicata ad altro; ma ci arriveremo.

È stato, bisogna dirlo con fierezza, anche un decennio di grandi movimenti globali, come appunto i Fridays for Future. Ai dinosauri del petrolio si è contrapposta una generazione che chiede un nuovo modello economico e giustizia climatica, che vuol dire assieme equità tra Nord e Sud globali e una lotta intersezionale che coinvolge parità di genere, diritti umani e rispetto per i popoli indigeni custodi degli ecosistemi. Sono inoltre tornate in auge teorie alternative al capitalismo come la decrescita e l’ecosocialismo.  

È stato inoltre il decennio del #MeToo, contro le violenze e le discriminazioni; di Black Lives Matter, contro il razzismo verso le persone nere; di Extinction Rebellion e di Ultima Generazione, per arrivare alle meravigliose piazze a sostegno della Global Sumud Flotilla e del popolo palestinese. Il sorgere di questi grandi movimenti globali per i diritti ha rappresentato l’anticorpo a una deriva individualista, isolazionista, autarchica: a un mondo spaventato che si chiude in se stesso e si rifugia nella violenza, la risposta di attivisti e attiviste ha dimostrato che è ancora possibile affidarsi a forme di solidarietà collettiva e di mutualismo. E in un contesto di neofascismi eversivi e autoritarismi non è affatto poco.

E poi cos’altro? So bene a cosa state pensando, è impossibile negarlo. Ricorderemo tutte e tutti la pandemia da covid-19 che ha piagato l’umanità. Dai primi casi rilevati in Cina nel dicembre 2019 alla dichiarazione di pandemia dell’OMS dell’11 marzo 2020, ricordo ancora il senso di incredulità, sbigottimento quasi curioso di fronte a un’emergenza che sembrava così aliena e lontana, e che avrebbe invece impattato sulle nostre vite per almeno tre lunghissimi, stranianti e angosciosi anni. 

Le mascherine, il distanziamento sociale, il lockdown, la quarantena, le zone rosse. Le bare di Bergamo. Le città spettrali, silenziose. Astra Zeneca, Pfizer e Moderna. Gli striscioni appesi ai balconi, andrà tutto bene. A pensarci adesso sembra di evocare ricordi remoti, eppure non lo sono affatto. La pandemia ha riscritto il nostro modo di interagire e di vivere la socialità, oltre che di lavorare, andare a scuola, fare sport. Una sospensione del tempo – e forse anche dell’anima – che avrebbe potuto essere spunto di profonda riflessione; un punto di svolta per maturare come società e come esseri umani. Nulla di tutto questo, ovviamente: la pandemia ha rappresentato lo iato tra una speculazione e l’altra, il pomo della discordia per nuove divisioni, discriminazioni e guerre ideologiche. 

Il negazionismo balordo, il complottismo sui vaccini, la disobbedienza alle prescrizioni sono forse reazioni comprensibili, inevitabili di fronte alla paura. La manipolazione – per fini politici o di consenso – ha tuttavia messo a nudo le fragilità di una modernità tutt’altro che progredita, in cui le nuove forme di comunicazione (come i social network) rappresentano i cavalli di Troia della democrazia. Chi detiene il potere e le risorse detiene anche il controllo sulla verità, come in una distopia orwelliana che cancella ogni contraddittorio, ogni confronto. 

Non è un caso che, di pari passo, anche la qualità dell’informazione sia precipitata: fra i sintomi di una società malata, dei media asserviti e corrotti e una popolazione soggiogata dalla propaganda sono fra le manifestazioni più evidenti, l’eritema cutaneo di una patologia sistemica. Lo abbiamo sperimentato sulle nostre mani, prima ancora che nelle nostre menti; e le straordinarie innovazioni tecnologiche, come l’intelligenza artificiale generativa, hanno acuito il malessere anziché lenirlo.  

È difficile, è veramente difficile annoverare ogni cosa, soppesare gli eventi di questi lunghi anni senza lasciarsi andare alle dietrologie. Il denominatore comune è sempre lo stesso: la guerra. Conflitti in ogni angolo del globo, da spingere il compianto Papa Francesco a parlare di una terza guerra mondiale a pezzi. Lo spauracchio russo alle porte dell’Europa misera e gracile: nel febbraio 2022 ha avuto inizio l’aggressione all’Ucraina, a due passi da casa nostra, e noi ancora qui a citare “La guerra che verrà” di Brecht. Col tempo abbiamo interiorizzato l’idea di un conflitto permanente come nuova normalità; e pazienza se a pagarne il prezzo sono qualche decina di migliaia di vittime. L’incognita atomica, gli sconfinamenti, il muro anti-droni, le spese militari raddoppiate, sembrano parte di un canovaccio che ci prepara a poco a poco al conflitto su larga scala, come l’evoluzione naturale di una trama già scritta dietro le quinte del riarmo. Ed eccomi qui di nuovo a fare dietrologie.

Ma la lista è lunga e sterminata – in tutti i sensi. Sembra quasi un ulteriore delitto stillare tragedie come in un elenco che gronda sangue dai bordi dell’umanità fatta a pezzi: Siria, Yemen, Sudan, Sahel, Etiopia; lo sterminio dei rohingya in Myanmar, degli uiguri nello Xinjiang; la persecuzione dei curdi, la violenta riconquista talebana. E ovviamente il genocidio in atto a Gaza, l’ignobile e vomitevole follia sionista che ha avuto se non altro il merito di portare milioni di persone in piazza in tutto il mondo – Italia compresa. Una mobilitazione come non si vedeva dai primi scioperi per il clima, bella, trasversale, partecipata, una boccata d’aria nel miasma di “però il 7 ottobre” e “diritto internazionale fino a un certo punto”.

Voglio partire da lì per raccontare i prossimi dieci anni: da un decennio che ha tradito e deluso molte aspettative, ma che allo stesso modo ha disseminato barlumi di speranza come briciole di Pollicino da seguire a ogni costo, a ogni parola. Ci proveremo insieme, su Libero Pensiero.

Emanuele Tanzilli

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